Consentitemi un primo tentativo di racconto semi-illustrato. Ho buttato giù questi schizzi subito dopo aver scritto il racconto, rendendomi conto solo alla fine che avrebbero potuto accompagnarlo quasi degnamente. Ho provato a rielaborare i disegni, per togliere loro l'aspetto di bozzetti, ma più ci lavoravo più mi rendevo conto che se mi piacevano era proprio per il loro aspetto un po' rozzo e vago. Alla fine ho preso la decisione di lasciarli così come erano, sperando di avere fatto la scelta giusta.


L'ARTISTA

di Miles Hendon

I  

 

"Sogno si divorare come belva la tua anima
Mordere e strappare per il possesso che non posso misurare
Sogno di travolgerti come onda, e distruggerti come terremoto
Perché i frammenti della tua esistenza entrino in me senza via d’uscita"


Fa caldo nella mansarda. La pioggia caduta nei giorni precedenti non ha portato alcun refrigerio: l’aria è ottusamente flaccida e intrisa di calore sudaticcio. La ragazza guarda il cielo unto aldilà dei vetri sopra di lei, prima di chiudere gli occhi, contorcendosi. La sedia scricchiola. Una goccia di sudore le scivola sulla fronte, le dà il solletico… dovrebbe essere il modo giusto di affrontare la cosa, quello di godere di ogni più piccolo stimolo. Lui lo dice sempre. Se almeno quell’orologio non facesse tutto quel baccano…

Attesa… lunga attesa spossante. Se avesse detto di sì alla benda, quando ancora poteva scegliere, avrebbe il buio a farle da culla.

Gli occhi può chiuderli, ma potendo scegliere di tenerli aperti si lascia soggiogare dalla loro frenetica curiosità… vede il letto disfatto, probabilmente ormai raffreddato, il tavolo di lui, colmo di idee, appunti, fogli fitti di scrittura minuta e insoddisfatta.

Appartengo a lui, - pensa.

Le fa piacere pensarlo. In effetti non sta facendo altro ormai da… da quanto? Un ora e ventidue minuti, precisamente. Un’ora e ventidue minuti ad assaporare il prezzo del possesso. Nessun  formicolio alle braccia, ancora… eppure una grande scomodità. Il vimini in alcuni punti le punge le natiche, ma lei se lo tiene stretto quel fastidio accettabile. Le ricorda la sua condizione e la tiene sveglia dal torpore. Muove i polsi dentro le spire di corda trovando confortevole la loro crudeltà. Sono sua e sto imparando, riflette.

Attesa… e l’orologio che batte pensanti ticchettii. Attesa interminabile. Fa caldo.

* * *

Ode i suoi passi sulle scale e solleva gli occhi ai vetri sulla sua testa, in un gesto di gratitudine. Ama persino il suono del suo passo, vigoroso e sicuro come tutto il resto. Quando spalanca la porta lui sorride, posa il sacchetto di carta unticcio che porta con sé sul tavolo, senza curarsi dei fogli finiti sotto di esso.

Non ha mai avuto alcun affetto per il frutto del suo talento. Come ogni artista è continuamente afflitto dall’incapacità delle proprie mani di essere all’altezza delle sue intuizioni.

- C’è un caldo infernale, qui dentro. Si sta meglio fuori. – dice lui.

Non le chiede neppure come stia. – Anche se qui il panorama è migliore. – aggiunge, grattandosi il mento spruzzato di barba rada.

La guarda. Le piace come la guarda. Come l’ultima cosa bella al mondo. Lui si toglie la maglia nera, restando a torso nudo. E’ lucido di sudore. Vede il suo addome terminare oltre la cintura sui jeans chiari e resta come sempre quasi soffocata dalla portata del sentimento che prova per lui.

Le viene incontro, lei spera che la voglia baciare. Almeno sulla fronte. Invece lui passa oltre, e arriva dietro le sue spalle, dove lei non può vederlo. Lo sente armeggiare, poi il tocco delicato della seta sul volto le fa capire che il gioco è appena all’inizio malgrado l’ora e mezza già trascorsa. Lui la benda, con decisione. Come ogni altro suo gesto, non lascia spazio ad incertezza. Non stringe troppo il nodo, conosce l’equilibrio. La benda non la infastidisce, e non permette alla luce di passare in alcun modo. Aderisce alla perfezione.

- Ti ho pensata qui, mentre ero via. – La sua voce sembra avere un sapore, un gusto forte con una punta di aspro. - Ho trascorso questo tempo a gustare l’immagine di te qui da sola. Mi eccitava pensare al tuo fastidio. – Le accarezza il collo con la punta dell’indice. Scende, sfiora la clavicola. La spina dorsale di lei si gela. Quel suo tocco… quel suo maledetto tocco così capace.

- Ho pensato molto a te qui dentro e… ti immaginavo sempre sola. Anche molto prima che tutto questo avesse inizio. Non sai quanto spesso avrei voluto sapere di tornare a casa e trovarti qui, senza nessun altro compito che quello di attendermi. – La sua voce è gentile, parla lentamente come se parlasse ad una bambina.

– Attendere me. Mi piace l’idea di tenerti qui, come un paio di scarpe. Come un cagnolino addormentato sul tappeto che fa le feste al suo padrone quando lui rientra. – Ride.

Lei mugola perché lui continua ad accarezzarla. Adesso il dito è sceso giù lungo la curva del seno. Sembra che eviti di proposito di sfiorarle il capezzolo sotto il reggiseno. 

- E mentre ero lì ad immaginarti, qualunque cosa facessi… mi accorgevo che non avrei potuto fare altrimenti. Amo la tua libertà e la tua vita. Amo la tua vitalità. La tua… vivacità. Per questo temo che mi sfuggano.

Le si avvicina all’orecchio, mentre continua a far scivolare il dito intorno al capezzolo teso.

– Più amo qualcosa in te, maggiore è la mia paura di perderla. Ho scritto molti versi cercando di dire quanto sarebbe stato doloroso per me pensare alla tua vitalità diluita nell’indifferenza dei giorni tutti uguali.

Adesso le sta parlando a voce così bassa che lo si può appena udire. L’altra mano sta risalendo lungo la coscia, lui è dietro le sue spalle, lo sente. Dietro la sedia, lui la abbraccia, e le sussurra nell’orecchio mentre le accende il corpo carezza dopo carezza.

Sa che il supplizio del contatto appena accennato durerà ancora a lungo. Lei si contorce, perché vorrebbe poter sollevare le mani, circondare in un abbraccio il collo di lui e tirarlo a sé. I suoi capelli le solleticano la spalla. Il suo fiato ha un vago aroma di alcol e sigarette, la sua pelle odora di sudore caldo e aria esterna.

- La tua vitalità data in pasto a chi non avrebbe saputo cosa farsene. Per questo io ti terrò qui per sempre, con me. Dove posso trovarti quando voglio, dove non devo cercarti per averti. Io sì che avrò cura di te, e saprò apprezzare la tua vitalità e la tua energia proprio costringendola a restare contenuta. Non ti slegherò mai più, aspetterai qui che abbia voglia di averti, di amarti, di baciarti, o forse soltanto di restare lì a guardarti. Hai idea di ciò che può capitarmi quando rimango a guardarti?

Finalmente la mano di lui sta cercando di farsi spazio fra le sue cosce. Ad una richiesta del genere reagisce d’istinto cercando di spalancarle, per accoglierlo e guidarlo. Invece le sue ginocchia non si staccano, saldamente legate. L’ostacolo improvviso le trasmette una scarica fredda nella pancia. Mugola di frustrazione e piacere, continuando a contorcersi sulla sedia.

Lui insinua la mano, premendo di taglio contro la sua fessura foderata di cotone leggero. Prova imbarazzo nel rendersi conto di cosa lui stia sentendo là sotto. Calore umido. Adesso lui tace, le sue mani parlano. La mano sinistra ha finalmente trovato il capezzolo.

La mente di lei è in ebollizione, suda e ansima consumandosi di desiderio.

- Sì, è qui che voglio tenerti, perché tu sei mia. Non capisci quanto sia perfetto tutto questo? I tuoi pensieri resteranno miei, il tuo corpo resterà mio. Dovrai solo preoccuparti di amarmi, ed io verrò qui da te ogni giorno a prendermi l’amore che mi darai. Che tu lo voglia o meno, non ti dovrai preoccupare di chiedere: non ci sarà timidezza.

Ti giuro che saprò darti ciò che vuoi senza che tu abbia bisogno di chiedermelo. Saprò davvero amarti, nutrirti: ti lascerò riposare quando ne avrai bisogno, ma non chiederò due volte per prendermi ciò che mi spetta. Sarai aperta, docile e consenziente. Uno strumento di piacere aldilà dell’umano. Sarai un oggetto: e privandoti della tua umanità io saprò renderti ancora più umana e viva, nel palpitare del tuo piacere.  

Le sta slegando le caviglie. Finalmente sarà liberata da quella prigionia, non perderà tempo a togliersi la benda, gli salterà addosso mordendolo di baci, lo divorerà.

No… non sta slegandole le caviglie. Gliele vuole solo legare in modo diverso. Dopo aver sciolto anche la corda che le lega le ginocchia, lui le porta le caviglie alle stecche orizzontali della sedia.

Adesso che ha capito che quello sciogliersi di nodi non le darà la libertà, lei tenta di opporsi. Stringe le cosce con forza, le cosce che un minuto prima avrebbe voluto spalancare. Lui sospira, di nuovo come se avesse a che fare con una bambina, e con decisione le infila le mani fra le gambe e fa forza. Gliele apre senza difficoltà, mentre lei si dibatte un po’ stizzita dalla sua incapacità di opporsi.

Gliele blocca in quel modo, legandole i piedi alle stecche di legno, lasciandola esposta. Il suo bacino ora è sporto in avanti, quasi sul bordo della sedia. Lei si sente calda e umida fra le gambe, e nonostante tutto prova un po’ di imbarazzo nel farsi vedere così aperta e vulnerabile. C’è qualcosa di umiliante nella richiesta pressante del suo corpo, che lui continua ad ignorare. C’è qualcosa di esasperante nell’incedere dei suoi gesti perentori.

 - Sei perfetta – dice lui – La voce arriva da una certa distanza, probabilmente adesso è di fronte a lei, tre o quattro passi dalla sedia, dove il soffitto della mansarda si fa più basso, a guardarla con la testa un po’ inclinata.

– Se tu potessi vederti capiresti per quale ragione io non posso lasciarti andar via, lontano dove non ci si può più pensare.

Lo scatto dell’accendino la innervosisce. Ora lui fumerà… e fumando dovranno passare altri dieci minuti di angosciante attesa. 

Oltre al ticchettio dell’orologio sente il suono umido delle labbra di lui che si dischiudono ad ogni tiro di sigarette, e poi l’odioso sbuffo di fumo, che pure quel momento non la infastidisce. Niente la infastidisce, perché per quanto scomoda ed esasperata da quell’attesa non vorrebbe trovarsi in nessun altro posto.

 

II

 

"Sogno di segnare la perfezione del tuo labbro
Con un bacio bruciante come una imprecazione
Io spezzerò l’incantesimo del tuo essere
Perché nessun altro possa goderne."

 

- E inoltre – dice lui – la notte non avrà che la sua bocca per onorarci. Perché avrà le mani legate dietro la schiena, e sarà nuda.

Le gira intorno per innervosirla. Vuole metterla a disagio.

- Riconosci la citazione? – chiede lui. Lei riflette, poi scuote la testa facendo ondeggiare capelli di seta, due volte trattenuti da benda e bavaglio.

- Peccato per te, mia cara. – dice. Poi le afferra il reggiseno fra i due seni, e tira verso l’alto. Le sue mammelle liberate ondeggiano libere, mentre l’elastico, sovrapposto alle corde, le segna il torace fastidiosamente. Lui le prende un capezzolo fra le dita, e lei sente un calore molto vicino. La brace della sigaretta non può trovarsi a più di due centimetri dal capezzolo.

- Hai idea di che dolore possa essere?

Lei è impietrita. Sa che lui non le farebbe mai del male, e nonostante questo ha paura che un tremito della mano di lui possa sfregiarla per l’eternità.

– Un marchio a fuoco sulla tua deliziosa tettina. – dice lui. Lei è atterrita eppure sconvolta intimamente da quella sensazione di placida paura. Perché pur avendo paura è al sicuro. Lui ama giocare con i contrasti. E’ incredibile quando la conosca bene. Sa perfettamente cosa le sta facendo.  

- Non vorresti anche tu un marchio a fuoco, invece di uno stupido anello? L’anello puoi toglierlo, non ho mai creduto nei simboli di fedeltà che si possono togliere. Questo sarebbe un segno di fedeltà. E di devozione. Posso marchiarti, dunque?  

Lei scuote di nuovo la testa con veemenza. Lui ride, e allontana la sigaretta dal suo seno. Le bacia lo zigomo poco sotto la benda.

- Basta chiacchiere, adesso. – dice lui. E gira intorno alla sedia. Si inginocchia davanti a lei, e la bacia fra le cosce. Spalanca la bocca e la schiaccia contro la sua vagina, completamente. Lei sa che lui ama immergersi così, per tutte le volte che le ha detto quanto sia dolce sentirsi mozzare il respiro fra le sue cosce, soffocare in quella morsa.

Succhia, poi afferra il cotone fra i denti e tira leggermente. Bacia la carne tenera nell’interno coscia.

– Sei bianca e morbida, qui in mezzo. Quando ho amato ho amato dentro gli occhi tuoi. A volte anche fra le tue gambe, ma ho sempre pianto per la tua felicità. – dice. Dev’essere la giornata delle citazioni.

- Ma alla resa dei conti, da te voglio solo una cosa. – dice brusco. 

Le afferra le mutandine tendendo l’elastico, poi con gesto secco gliele strappa via. La stoffa si lacera dolorosamente, e lei sussulta di sorpresa mentre il cuore le salta in gola, mentre lui torna a respirare fra le sue gambe. Le mani di lui le accarezzano i polpacci legati alla sedia. Lui si fa spazio fra il folto pelo con la sola lingua, senza ricorrere alle dita. Trova subito ciò che cerca e lo lecca delicatamente, elettrizzandola.

Sta aspirando, sta succhiando, sta mangiando con avidità dal suo centro del piacere, nutrendosi di lei e della sua essenza. Lei stringe i pugni. Non può vederseli, ma sa che se guardasse vedrebbe le sue nocche divenute bianche dalla forza con cui stringe i pugni.

Lotta contro le corde, desiderando ardentemente di avere le mani libere, per trattenere la testa di lui laggiù. Non sa cosa le accadrebbe se lui giocasse ancora con l’attesa interrompendo quello che sta facendo. Lei crede che potrebbe impazzire, se sui le negasse ancora il piacere.

Lui continua a leccare, alternando avide lappate piene a delicate pennellate in punta di lingua. Dal modo in cui lo fa sembra che sia lui stesso a ricavare piacere, come se fosse lei a stimolare lui. La testa di lei pesa, sembra continuamente voler cadere ora da un lato ora dell’altro, mentre mugola e si irrigidisce e poi si rilassa sulla sedia. Cerca di spingere il suo bacino contro la faccia di lui, e lui di tanto in tanto accoglie la sua muta esigenza affondando in lei per quanto può.

La abbandona solo raramente, e solo per morderle la coscia tonda. Sembra avere una predilezione particolare per quella sinistra, ma proprio mentre lei sta pensando questo lui passa alla destra, per poi tornare nel mezzo.  

Non ha mai provato un piacere così grande, completamente bloccata contro la sedia da qualcosa come quarantacinque metri di corda, in pezzi di varie lunghezze, con l’uomo che ama sprofondato nelle cavità sussultanti del suo corpo di femmina.

I suoi mugolii si fanno insistenti e ritmici, mentre l’orgasmo spunta come sempre da qualche punto imprecisato dentro il suo addome, per poi irradiarsi in ogni capillare. Si tende un’ultima volta contro la sedia, e lui le afferra le natiche serrandole, e si preme contro di lei a piena faccia ancora una volta mentre lei geme e geme… e geme. Come è possibile essere legate e imbavagliate e bendate, eppure avere la sensazione di volare? 

 

III

 

"Io rinchiuderò in un abbraccio di metallo e cuoio
La docile libertà del tuo sorriso bianco e rosso
Io ti incatenerò alle colonne dei miei possedimenti
Perché in te è tutto ciò che io posso possedere"

 

Lui si alza in piedi, le toglie il bavaglio.

- Ti amo. – le dice. Lo conosce da quasi tre anni. Questa dev’essere la sesta o la settima volta che lui ricorre a quelle parole così inflazionate per dichiararle il suo amore. Lei ha ancora il fiatone, gli zigomi sono arroventati di gioia interiore.

- Anche… anche io ti amo. – Dice lei. Ha le labbra umide ed invitanti. Come resistere all’arcata bianca dei suoi denti che spunta appena dal labbro superiore? La bacia e lei lo accoglie. Si baciano a lungo teneramente. Lei non sente più le corde che la opprimono. Non le importa nulla… in quel momento spera davvero che lui faccia ciò che ha detto, che la tenga lì per sempre, legata alla sedia per lui. Che sappia amarla per sempre come sta facendo ora.  

Lui bacia a lungo quella bocca schiava, prima di opprimerla nuovamente con il bavaglio. Le infila in bocca di nuovo il foulard viscido di saliva. Lei non si oppone, lo accetta e si lascia imbavagliare.

Sente tintinnare la cintura di lui. Il fruscio del jeans che si abbassa. Lui entra morbidamente fra le gambe della sua donna, abbracciandola. La ama con delicatezza, coprendole il collo di baci.

Poi si ferma. E restando fermo dentro di lei comincia a slegare alla cieca i nodi delle funi che la avvincono alla sedia. Solo quelle. Lo fa volutamente alla cieca, perché l’operazione sia lenta e struggente come piace in fondo a tutti e due. Con le caviglie è un po’ più difficile, ma lui non esce mai da lei, limitando i movimenti a quegli unici spostamenti casuali provocati dai suoi gesti.

Con delicatezza la afferra fra le braccia, assicurandosi una buona presa sul suo corpo, poi la solleva con facilità. Lei è bloccata in un pacchetto inutile e tremolante di piacere, disciolta fra le sue braccia. Non ha più un corpo.

La conduce a letto, adagiandola lievemente. Per farlo è costretto ad uscire, stavolta, ma in questo caso va bene. Viene depositata sul letto a faccia in giù, lui le apre le gambe da dietro e la penetra ancora, insinuando le mani fra le lenzuola e il corpo di lei, stringendole i seni con aggressività. Quando lui le morde il collo lei sta per venire un’altra volta.

   

 

IV

 

"Da te avrei voluto nascere, e in te mi ritrovo a morire
Ogni volta che la mia parola si spezza sulla lingua.
Non conosco formule magiche oltre alle inutili parole
Perché esse spengono ciò che vorrei esprimere per te"

 

- Vado a fumare una sigaretta – dice lui.

Lei tace, guardandolo. E’ ancora legata e imbavagliata, ma la benda le è stata tolta.

- Vado sul pianerottolo, non starò via molto.

Lei sorride sotto il bavaglio, completamente spossata. – Ce la fai, sei sicura? Va tutto bene? – chiede lui a bassa voce, quasi temendo di rompere l’incanto. Le strizza l’occhio, come per dirle: “se c’è qualcosa che non và a me puoi dirlo”.

No, non c’è niente che non va. Lei annuisce con un gesto lento del capo.

- Va bene, - dice lui. – Si infila in bocca una sigaretta spenta, poi rimette mano alle corde. La aiuta ad alzarsi. La conduce verso l’armadio.

- Vedrai che non sarà poi così male – dice lui. Le lega le caviglie e le ginocchia, poi apre l’anta dell’armadio, sposta di lato gli indumenti e la fa accomodare all’interno gentilmente.

- Mugola forte, se hai bisogno di qualcosa – dice, poi chiude l’armadio, lasciandola nel buio.

Rimasta sola lei si adagia contro la parete di legno. Non c’è molto posto per le gambe. I suoi piedi affondano un mucchio di lenzuola fresche. Si accoccola, poggiando il capo contro l’angolo.  Ha ragione lui, non è poi così male, in fondo. Le ricorda un po’ la sensazione che prova quando lei è infilata nel tepore del suo letto e fuori piove. E’ felice, è appagata. Chiude gli occhi.

C’è ancora tempo prima di mezzanotte, ancora tante altre sensazioni da provare.

Negli ultimi tempi lui le aveva scritto poesie piene di sentimento: ci lavorava giorni, per poi abbandonarle deluso dalla propria incapacità di esprimersi. Le parole non possono arrivare a tanto, le aveva detto. Ho bisogno di dimostrarti qualcosa, e non posso farlo con questo mezzo.

Lei aveva sempre furtivamente trafugato le pagine che lui scriveva ed abbandonava, conservandole. Sapeva che di lì a qualche tempo lui le avrebbe distrutte, come faceva sempre quando scriveva qualcosa di cui non era soddisfatto. Lei aveva sempre trovato deliziosamente struggenti i suoi versi ma sarebbe stato inutile dimostrargli che gli apprezzava. Se tu mi permettessi di comporre la poesia più grande e più bella, capiresti perché non sono soddisfatto. Permettimi di farlo, ma ho bisogno del tuo aiuto. Sarà qualcosa di più.  

Lei aveva accettato e lui aveva scelto il giorno del suo compleanno per mettere in pratica ciò che finalmente gli avrebbe permesso di dare vita alla sua composizione più grande.

All’inizio lei era stata dubbiosa, ma poi si era fidata. Ora, rinchiusa e “dimenticata” nell’armadio di lui, è felice di avergli permesso di esprimere ciò che prova.

Il silenzio scuro dell’armadio si frantuma, quando la porta della stanza si chiude rumorosamente. Lui sta rientrando. Si avvicina all’armadio. Farà quello che ha detto, la prenderà di nuovo senza chiedere, o forse la torturerà di piacere e negazione del piacere, giocando di nuovo a mozzarle il fiato ad ogni carezza? Più probabilmente lui la sodomizzerà, come le ha preannunciato da tempo. Trema all’idea di ciò che l’aspetta, proprio perché non può essere certa di niente. Fino a mezzanotte lui avrà il diritto di fare del corpo di lei ciò che preferisce. Ed è felice che lui l’abbia imbavagliata.

Non vorrebbe mai che una sua debolezza interrompesse quella catena creativa alla quale lui ha dato vita.

 

novembre 2001 

 

* * *

 

Nota dell’autore. Non vi saranno sfuggiti i momenti in cui nego alcuni dei principi base della sicurezza. Lasciare la “vittima” da sola, anche se consenziente, legata ed imbavagliata è molto pericoloso. Nel racconto avevo tuttavia esigenza di farlo per cercare di creare la giusta atmosfera. Sono certo che ormai la maggior parte di voi sa distinguere fra ciò che nei racconti può essere messo in pratica e ciò che invece può esistere solo perché si tratta di un opera di fantasia. Quindi non mi dilungherò ulteriormente su questo. Nella realtà ci sono molti modi per far credere alla “vittima” che è stata lasciata sola anche quando non è così. Credo che quest’altro sistema sia di gran lunga più divertente, in fondo.  

 


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