INTRUSIONE

di Miles Hendon

 

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FRANCESCA uscì dalla doccia con un asciugamano giallo avvolto attorno al corpo, a coprirle seni e inguine, e una specie di turbante dello stesso colore intorno alla testa. Dietro di lei un corteo di vapore opaco parve accarezzarle i polpacci mentre attraversava la porta.

Controllò la radiosveglia sul comodino nell'istante in cui 16:48 diventava 16:49, poi iniziò a vestirsi.
Per quanto si sforzasse non riusciva a scrollarsi di dosso quel vago senso di anticipazione ed ansia. Il gran giorno era arrivato, dunque. Si chiese quale abbigliamento sarebbe stato più adatto all'occasione, elaborò varie combinazioni, ma alla fine decise che non era il caso di farla troppo lunga.


Indossò jeans stinti a vita bassa e un top bianco sopra la sobria biancheria intima. Infine completò con una camicia rosa annodata in vita. Al solito lo specchio le rimandava una immagine sulla quale avrebbe avuto diverse cose da ridire: ma poiché quel giorno si sentiva di buonumore decise di essere indulgente con sé stessa, e ammise con naturalezza ed un cenno del capo di trovarsi carina. Si sentiva in forma, sexy e frizzante. Se non fosse stata altrimenti impegnata sarebbe uscita a fare shopping. Era la giornata ideale.


Diede un'altra occhiata alla radiosveglia. 17:20, le sussurravano i digitali verdi. Aveva impiegato al solito un sacco di tempo a vestirsi, pur finendo per scegliere quasi sempre gli stessi capi.


Scese al piano di sotto, recandosi nel piccolo studiolo. La casa, quel giorno, era tutta per lei. Si sedette al tavolo da studio, decisa ad impegnare il tempo dell'attesa in modo proficuo. Si raccolse i capelli biondi in una coda di cavallo ed iniziò a leggere mordicchiando la matita.

I rumori in giardino malgrado tutto la fecero trasalire. Il solito gatto, pensò diligentemente. Erano quasi le sei, cominciava a sentirsi irritata e tesa per quel ritardo.

Poi i suoni si ripeterono, e stavolta non le fu possibile in alcun modo attribuirli ad un gatto.

Si alzò per chiudere la porta finestra, ma proprio in quel momento un ombra si stagliò contro il riquadro del vetro. Lei trasalì, succhiando aria fra i denti, paralizzata. L'uomo era già dentro lo studiolo, e allungava una mano verso il suo volto.

L'uomo la imbavagliò infilandole in bocca un bandana appallottolato. In fondo alla bocca la stoffa le premeva sulla lingua, provocandole fastidio. Tre pezzi di nastro adesivo argentato le furono applicati sulla bocca, con una cura che a lei parve quasi maniacale.

In una situazione così chiunque sarebbe stato impietrito dall'orrore; lei era bloccata sul pavimento dal peso dell'uomo che la stava imbavagliando. Una quarta striscia si aggiunse alle precedenti mentre l'uomo sorrideva con soddisfazione. Quest'ultimo pezzo passò sotto il mento, per poi appiccicarsi sulle guance: era teso in modo da tenerla la bocca serrata attorno alla bandana che le ingombrava il cavo orale.

Fu rigirata con rudezza, e di nuovo l'uomo le si sedette sopra a cavalcioni, bloccandole le braccia. Le vennero legati i polsi incrociati dietro la schiena, con un tratto di corda di un paio di metri, e poi fu la volta delle caviglie. L'uomo si alzò soddisfatto, con l'aria di chi ammira un capolavoro.

- Faccio in un attimo, - le disse dolcemente. - Non ti succede nulla se stai tranquilla, capito?

Lei non rispose neppure a gesti fissandolo in volto. Nello sforzo di legarla l'uomo aveva sudato. Era vestito completamente di nero, con jeans e maglia a maniche lunghe un po' stinta: proprio una caricatura di topo d'appartamento. Indossava guanti chirurgici. Questo dettaglio le parve comico, ma non era il caso di ridere.

Francesca, se avesse potuto parlare, gli avrebbe detto che aveva sbagliato casa: viveva con due sue amiche a loro volta studentesse, in questo momento fuori casa. Non c'era nulla da rubare lì dentro, nulla! Ma tutto sommato non le importava: che l'uomo si facesse pure il suo giro mettendole sottosopra l'appartamento, e se ne andasse poi a mani vuote.

Provava già un infinito, quasi commovente sollievo per il fatto che l'uomo non pareva manifestare il desiderio di stuprarla. Era terrorizzata dall'idea dello stupro. Il suo cuore stava lentamente prendendo un ritmo normale. La corda alle caviglie la rassicurava: era ben stretta, e questo testimoniava il fatto che l'interesse dell'uomo era rivolto ai pochi oggetti di valore che avrebbe trovato in casa. Se avessu voluto violentarla l'avrebbe legata al letto, a gambe aperte. Sospirò con il naso.

L'uomo si passò una mano sulla faccia, posandosi poi l'indice sulla punta del naso: "shhh".

Poi sparì oltre la porta dello studio, lasciando Francesca sola. Erano le 17:44.

- 2 -

Il pavimento era freddo, ci faceva caso solo ora. Assurdamente, data la situazione, pensò che fosse stata una mezza fortuna che le piastrelle fossero state pulite giusto quella mattina. Poi si rese conto dell'idiozia del suo pensiero, e cercò di concentrarsi di nuovo sulla sua condizione. Era fondamentale farlo. Sono stata aggredita in casa mia da un ladro, legata e imbavagliata! Proprio io, Gesù!

Provò a ruotare i polsi dentro i vari giri di corda, ma si rese conto che non c'era modo di forzarli. A che scopo slegarsi, pensò? Se si fosse liberata l'uomo l'avrebbe di certo legata di nuovo, magari più strettamente di prima.

Forse arrabbiandosi avrebbe anche potuto farle del male. Ma più si andava calmando con il trascorrere dei minuti, più il suo carattere caparbio e combattivo tendeva ad affiorare: non se ne sarebbe stata lì per terra, buona e zitta in attesa che l'uomo le svuotasse l'appartamento. Nossignore.

Cominciò a dimenarsi, forzando le corde. Aveva un discreta forza fisica, ma per quanto impegno mettesse non c'era modo di sfilare le caviglie dalla morsa circolare della fune. E altrettanto valeva per i polsi.

Udì l'uomo salire al piano di sopra, con passo leggero. Notò che si muoveva con disinvoltura dentro la sua casa, e questo le diede fastidio. Di più, la disgustò. La sua intimità e quella delle sue amiche era stata violata, l'uomo avrebbe affondato le sue mani dentro i cassetti della biancheria intima delle sue amiche, e certamente anche nei suoi. In effetti le pareva di udire il rumore di cassetti che si aprivano.

Era ancora su un fianco quando sentì un dolore acuto all'avambraccio destro, per cui decise di sospendere momentaneamente i suoi divincolamenti, peraltro inutili. Si girò su se stessa, mettendosi a pancia in giù. Il nodo in vita della sua camicia le si conficcò nel ventre, ma era un fastidio sopportabile, rispetto alla fitta al braccio. Quest'ultimo si attenuò appena lei ebbe cambiato posizione.

Non udiva più rumori provenire dal piano di sopra, sentiva solo il proprio respiro concitato. Doveva aver sudato un po'. Storcendo la bocca sotto il bavaglio adesivo si rese conto che un lembo di scotch le si stava staccando dalla guancia. Prese mentalmente nota del dettaglio.

In ogni caso avere la bocca libera non sarebbe servito a molto, salvo a farla stare meno scomoda. Se avesse gridato era difficile che qualcuno la udisse, eccetto naturalmente lo sconosciuto in casa sua.

Appena il battito cardiaco si fu di nuovo normalizzato, si accorse che le corde che le legavano i polsi parevano più lente. Poteva essere una impressione dovuta alla maggiore comodità, ma poteva anche darsi che i suoi sforzi di prima avessero alla fine sortito un qualche effetto. Provò a forzare e si accorse che se torceva i polsi essi si muovevano con meno fatica entro le spire di canapa.

Era ad un punto decisivo. Se avesse tirato ancora un po' il suo polso destro sarebbe sgusciato fuori dalle corde, sebbene martoriato e dolorante. Ma poi? Si rese conto che avrebbe forse potuto raggiungere il telefono. Era in corridoio, se fosse riuscita a slegarsi le caviglie avrebbe potuto raggiungerlo e comporre il numero della polizia.

Quanti secondi avrebbe avuto a disposizione prima che l'uomo udisse i suoi bisbiglii? Non lo ricordava. Dieci? Venti? Al cinema sembrava più facile, si rese conto di non avere mai telefonato alla polizia, quante domande le avrebbero fatto se avesse denunciato una aggressione nel proprio appartamento? E quanto ci avrebbero messo ad arrivare?

Calcolò i tempi: quello era un fatto nuovo, inaspettato, non doveva commettere errori per eccessiva precipitosità. Ripassò la fasi a memoria: prima un minuto buono d'attesa, poi una voce che le chiedeva le generalità. Avrebbe fornito nominativo e indirizzo, e fatto la sua denuncia. Con una stima ottimistica provò a considerare che ci sarebbe stato da aspettare almeno una decina di minuti prima che arrivasse la volante.

La cosa che maggiormente la angosciava era l'idea di farsi scoprire dall'uomo. Cosa avrebbe fatto di lei se si fosse reso conto che era riuscita a sciogliersi e aveva chiamato alla polizia? Non sapeva ovviamente nulla di quell'uomo, avrebbe anche potuto ucciderla. La possibilità esisteva e sarebbe stato un modo stupido di concludere il tutto. Doveva tenere conto di ogni minimo dettaglio, se voleva uscirne vittoriosa.

Era strano. Adesso che sentiva le corde cedere pareva quasi che la libertà così faticosamente conquistata fosse una specie di dannazione: finché era legata era anche impotente ma libera da ogni decisione e responsabilità. Ora che stava per liberarsi prendeva finalmente atto dei rischi.

Forse avrebbe potuto fingere di non riuscire a sciogliere la corda, tenersi i polsi blandamente legati incrociati dietro la schiena, come se recitasse di recitare la parte della fanciulla indifesa. L'uomo avrebbe fatto il suo furto, poi sarebbe scappato via e lei sarebbe stata libera.

Considerò varie opzioni: poteva slegarsi, togliersi il bavaglio e telefonare, poi nascondersi da qualche parte in attesa della polizia. Oppure poteva liberarsi, togliere il bavaglio cautamente, telefonare e poi applicarsi di nuovo il bavaglio sulla bocca, trovando il modo per aggrovigliarsi la corda attorno ai polsi, salvare le apparenze nel caso l'uomo avesse controllato.

Quest'ultima idea aveva un che di avventuroso, ma richiedeva anche un dose di sangue freddo che lei non aveva. Meglio slegarsi e scappare fuori, e al diavolo! Però così l'uomo avrebbe potuto fuggire prima dell'arrivo della polizia. Tremava all'idea di una sua possibile rappresaglia.

Oh, perché in nome di Dio quella dannata corda aveva ceduto? Perché il ladro non l'aveva legata più stretta? Almeno le sarebbero stati risparmiati questi dubbi.

Tutto questo passò nella mente della ragazza in meno di venti secondi, durante i quali si limitò a stare immobile ad ascoltare i pochi tonfi che provenivano dal piano di sopra. Quasi che quei tonfi prodotti dall'intruso potessero suggerirle cosa fare.

Nel frattempo, prima ancora di iniziare a sfilare i polsi dal cappio, stava già muovendosi come poteva sul pavimento, per raggiungere la porta che dava al corridoio. Non aveva idea di come avrebbe raggiunto il telefono, in alto, sulla mensola, ma ci avrebbe pensato al momento opportuno.

Era a metà strada quando udì l'uomo scendere velocemente le scale e bloccarsi sulla porta: - No, no, non ci siamo!

Era stato tutto talmente veloce che lei trasalì, quasi urlando nel bavaglio. - Ti avevo detto di stare buona, ti stai slegando! - fece l'uomo, e le fu addosso. Senza troppo riguardo le serrò di nuovo le corde che le legavano i polsi stringendo molto più forte di prima.

Le passò le mani sul volto per riappiccicare il bavaglio che stava scollandosi.
Così non vale! Avrebbe voluto esclamare. La foga fu tale che produsse una serie di mugolii inarticolati, proprio da film. Così non vale, non dovevi scendere ora!

Ma in effetti nessuno glielo impediva: male aveva fatto lei a non approfittare subito della situazione per cercare di ottenere una vittoria perfetta.

Con gesti rabbiosi l'uomo si sfilò la cintura, e la adoperò per legare fra loro le corde che stringevano caviglie e polsi. Francesca si ritrovò incaprettata come una bestia, con le caviglie quasi unite ai gomiti dalla cintura dell'uomo. Non vale, non vale! Continuava a pensare dentro di sé. Adesso cosa avrebbe fatto?

La cintura oltre a imporle una posizione ben più scomoda stringeva maggiormente le corde intorno ai suoi polsi. Questo era proprio un guaio, un dannato guaio.

- 3 -

I minuti successivi videro l'uomo salire di nuovo le scale per tornare alle sue ricerche al piano di sopra, e videro anche una Francesca intenta a dimenarsi furiosamente contro le corde.

Si divincolò a lungo, rabbiosa. Non tollerava d'essere stata fregata in quel modo, l'uomo non avrebbe dovuto scendere in quel momento, maledizione! Adesso si sentiva stupida e ferita nell'orgoglio, per aver indugiato in tutti quei suoi stupidi calcoli sul tempo. Adesso più che mai provava il desiderio di liberarsi, e fare quella telefonata.

Controllò la radiosveglia. Erano le 18: 22. Era legata da troppo tempo, avrebbe dovuto sbrigarsi.

Purtroppo la sua ribellione interiore era avvenuta solo dopo che l'uomo aveva provveduto a stringere più saldamente i nodi, e ad aggiungere la sua cintura. Se prima si era sentita ragionevolmente sicura del tempo a sua disposizione (non aveva dubbi sull'efficacia del nascondiglio scelto), ora pensava di essere veramente alle strette.

Giaceva prona a terra, con le ginocchia piegate. Allungando le dita poteva quasi toccarsi i piedi. Impossibile pensare di raggiungere il telefono in soggiorno, così alto sulla mensola.

Solo allora le venne in mente la possibilità di adoperare il suo telefonino. Le pareva che fosse possibile, ora che ci pensava. Gioii dentro di sé per la sua idea. Ti ho fregato, pensò. Doveva solo ricordarsi dove fosse.

Ancora distesa a pancia in giù sul pavimento, si guardò intorno. I capelli erano sfuggiti all'elastico e le ricadevano sulla faccia. Era sudata per tutti quei suoi dimenamenti, alcuni lembi del bavaglio dovevano essersi staccati di nuovo, e adesso i capelli si appiccicavano alle zone adesive esposte facendole male.

Il cellulare, dov'era? Sperò di non averlo dimenticato al piano di sopra, in camera sua. Sarebbe stato un errore imperdonabile. Se le fosse venuta in mente prima, quella scappatoia, ci avrebbe fatto maggiore attenzione. No, era quasi sicura di averlo portato con sé, scendendo nello studio. Quindi doveva essere lì, da qualche parte.

E infatti lo vide, dopo un paio di minuti di attenta ricerca (potendo muovere solo la testa, e data la prospettiva così inusuale, anche una ricerca banale come quella diventava una impresa).

Vide il bordo inferiore azzurro spuntare dallo spigolo del piccolo mobiletto accanto al tavolo. Il mobiletto era alto una sessantina di centimetri.
Erano le 18:29 quando cominciò a contorcersi sul pavimento per raggiungere il mobiletto. Era dall'altra parte della stanza. L'uomo non aveva notato il telefonino, entrando, altrimenti sarebbe stato legittimo aspettarsi che lo prendesse con sé, privandola di quell'unica sua via di fuga.

I suoi contorcimenti sulle piastrelle fredde durarono oltre quindici minuti. Un attraversamento di pochi passi si trasformò in una impresa ginnica non da poco.

Giunse a sfiorare con la testa il bordo del comodino in un bagno di sudore. Il bavaglio le si staccava fastidiosamente dal volto, ma non se la sentiva ancora di sputarlo. Troppo facile.

Il telefonino era vicino a lei, eppure irraggiungibile. Respirando concitatamente dal naso si contorse fino a quando non riuscì ad appoggiarsi su di un fianco. Poi, spingendo forte con i gomiti, facendo leva per quanto possibile cercò di sollevare il busto.

Dovette appoggiare la testa al piccolo mobiletto bianco, provando a far leva anche con quella. Era incredibile quanto impedisse i movimenti quella cinghia che l'uomo aveva aggiunto. A confronto le sembrava che l'essere stata legata solo mani e piedi poco prima equivalesse alla totale libertà.

Facendosi male alla tempia per lo sforzo, riuscì ad appoggiarsi con una spalla al mobiletto. Le ginocchia erano piegate sotto il suo corpo, seduta in po' di traverso quasi su un fianco. Era scomoda. Le dolevano i polsi per lo sforzo di contorcersi; aveva immaginato che i polsini della camicia l'avrebbero protetta dalla stretta della corda, ma ora sentiva la pelle bruciare sotto la canapa. Avrebbe avuto i segni per ore, pensò. Ma avrebbe fatto in modo che ne fosse valsa la pena.

Alle 18.40 fu finalmente in grado di guardare il telefonino a soli dieci centimetri dal suo volto, ma per quanto si sforzasse non riusciva a sfiorarlo neppure con il mento. Aveva sperato di poterlo spingere in quel modo fino al bordo, magari facendolo cadere per terra. Secondo i suoi calcoli il telefonino, atterrando non si sarebbe dovuto rompere. Aveva subito cadute peggiori.

Allungò il collo, tese le corde, si sforzò sbuffando irritata ed infastidita da quella immobilità forzata, ma senza risultato. Il telefonino era irrimediabilmente lontano: la cinghia che univa polsi e caviglie le rendeva impossibile drizzare di più la schiena. Se solo se ne fosse ricordata prima, di quel telefonino, quando era ancora legata solo mani e piedi, senza quella fastidiosissima cintura. Bastardo, bastardo!

Ancora in ginocchio, leggermente curvata indietro, diede un ultimo strattone, in un modo di rabbia. Il risultato fu disastroso. Perse completamente l'equilibrio già precario e, per la prima volta veramente spaventata, cadde su un fianco, lanciando un urlo mugolante nel bavaglio.
Sbattendo a terra in un tonfo si fece male, ma meno di quello che aveva temuto, per fortuna. Automaticamente aveva incassato la testa nelle spalle, ed era riuscita a non batterla sul pavimento. Le era costata così tanta fatica alzarsi in ginocchio, maledizione. Perché era caduta, perché?

Perse completamente la pazienza, ormai convinta che il tempo a sua disposizione stesse per scadere. Stizzita ed irritata tornò, malgrado fosse esausta, a strattonare le corde, divincolandosi sul pavimento energicamente e mugolando con foga.

Tanta fu la sua furia che accadde l'incredibile: la cintura si spezzò nel punto in cui la fibia è fissata con una piccola vite. I suoi piedi si staccarono violentemente colpendo il pavimento con la punta delle dita, e la fibbia le frustò le mani.

Fu doloroso, ma anche questo sopportabile. Impiegò qualche secondo a rendersi conto della sua fortuna: era libera! Magari non completamente, ma adesso che quella maledetta cinghia non c'era più, tutto cambiava.

Avrebbe dovuto riposarsi, così rischiava un crampo alle braccia. Invece forte di quella fetta di libertà che si era guadagnata, riuscì nuovamente a spingersi contro il comodino e rialzarsi. Con qualche difficoltà, e sempre contrastandosi contro il mobiletto, riuscì persino ad alzarsi in piedi.

Si girò cautamente sulle caviglie legate, e piegando leggermente le ginocchia riuscì a prendere in mano il suo telefonino.

Non fu facile neppure questo, sbagliò tre volte il numero. Le sue mani avevano perso un po' di sensibilità e non poteva adoperare gli occhi, poiché il telefonino era dietro la sua schiena.

Si augurò che quell'ultimo numero composto fosse giusto come pensava. Si inginocchiò di nuovo, lasciò cadere per terra il cellulare, e contorcendosi come un lombrico riuscì a girarsi in modo da avere la testa vicino al telefono.

Dall'altra parte qualcuno rispose.

- 4 -

Francesca stava massaggiandosi i segni rossi sui polsi non senza una certa soddisfazione: erano comunque la testimonianza di una vittoria. Aveva fatto una doccia, e si era cambiata mettendosi dei pantaloni larghi con l'elastico in vita ed una maglietta aderente nera.

Il profumo della carne arrosto era piacevole e invitante, e si spandeva nell'aria rinfrescata dell'imbrunire di luglio.
Insieme a lei c'erano Mauro, Letizia e Paolo.

Mauro disse: - Ma si può sapere dove lo tenevi?

Francesca sorrise: - Era nascosto dentro lo sciacquone del water.

- Bastarda! Così non vale! Doveva essere in camera tua! - si lamentò Mauro. Sorrideva, ma nei suoi occhi c'era una luce di vaga stizza. Non gli andava di aver perso.
- Ah, non vale? E la cintura, allora? Nemmeno quella valeva! - ribatté Francesca.
- Chiunque lo avrebbe fatto! - si difesa Mauro.
- E qualunque brava ragazza assennata nasconderebbe i suoi oggetti più preziosi in un posto sicuro.
- Sì, lo sciacquone! Ma andiamo!
- Ti brucia! - fece Francesca ridendo felice. - Ti brucia perché hai perso!
- Non ho perso! - disse Mauro versandosi del vino.
- Andiamo Mauro, fattene una ragione. Hai perso, via! - disse Paolo, girandosi con il forchettone in mano. Stava rivoltando le bistecche sulla graticola. - Ci eravamo tutti quanti dimenticati del cellulare, abbiamo parlato sempre e solo di telefono. Non mi spiego come abbia fatto a sfuggire a tutti, ma siccome non c'erano indicazioni contrarie, poteva essere usato. Così come non abbiamo mai detto che non poteva nascondere l'oggetto dentro lo sciacquone.

Paolo era entrato dentro lo studiolo al seguito di Mauro, silenzioso. Il suo scopo era di vigilare che non accadesse a Francesca nulla di irreparabile. Si era spaventato quando Francesca era caduta per terra, ma siccome lei non aveva emesso i tre mugolii concordati, non era intervenuto.

Contemporaneamente Letizia aveva seguito silenziosamente Paolo durante le ricerche, per assicurarsi che tutto fosse in regola. Entrambi avevano svolto la mansione di arbitri, il cui giudizio era insindacabile.

- Comunque, - disse Francesca - non fare troppo l'orgoglioso, Mauro. Guarda che mi avevi imbavagliata davvero a cazzo con quel nastro adesivo. Mi si è staccato subito. E' stato molto irritante!

- E' vero, - confermò Paolo - Francesca avrebbe potuto togliersi il bavaglio cinque minuti dopo l'inizio del gioco. Non l'ha tolto per non rovinare tutto. In quel caso si è trattato di una svista nostra, ma le, sportivamente, non se n'è approfittata.

- In effetti non avrebbe dovuto succedere, ma il nastro l'ho comprato io, - disse Letizia. - La prossima volta usiamo qualcos'altro. O un nastro migliore. Devo trovarlo!

- E va bene, - disse Mauro - Ho perso! Nessun problema. E' stato divertente, comunque. - si vedeva che ammetterlo gli costava fatica.

- Sì, - disse Francesca. - Io mi sono sforzata per tutto il tempo di mettermi nei panni di una ragazza aggredita.

- Non sembravi così spaventata, però. - obiettò Paolo.

- Lo so, non sono una attrice. Volevo solo dire che ho cercato di pensare in ogni momento come una ragazza aggredita, non come partecipante ad un gioco. Mi sono fatta un sacco di calcoli mentali, quando mi sono resa conto che ero quasi libera, all'inizio. E questo ha dato l'occasione a Mauro di beccarmi mentre mi liberavo e andavo verso il telefono. Cioè, se avessi avuto davvero uno in casa, sarei morta di paura, ma avrei fatto gli stessi ragionamenti, suppongo. Certo, suppongo che quando si sia in preda al panico, comunque, la mente non funzioni con tanta lucidità.

- Già - disse Mauro. - Ho pensato anche io al fattore panico. E stavo cercando di immaginare cosa si potesse usare per simularlo. Se mettessimo un limite di tempo, ad esempio, sarebbe già qualcosa. Ti devi slegare entro un'ora, o sono cazzi.

- Non vedo l'ora di provarci io - disse Letizia, con gli occhi brillanti. - Voglio vedere cosa si prova.

- Non è male - sorrise Francesca, abbracciandosi da sola. - E' divertente. Certo, ripeto, se fossi stata aggredita davvero non parlerei così. Ma visto che è un gioco… E' eccitante, adrenalinico, e poi è sicuro, con Paolo che vigila.

- Ti assicuro che vigilarti mentre ti divincolavi e mugolavi è stato un autentico piacere. - rise Paolo. - Ho rabbrividito, per tacere delle mie… reazioni fisiche.

- Scemo! - disse Letizia tirandogli un tovagliolo di carta appallottolato. Paolo lo intercettò al volo e lo buttò nella brace sotto la graticola.

- Scemo un par di palle - disse Mauro. - Mi dispiace che se la sia goduta solo lui. Avrei proprio voluto guardarmela la mia Francesca azzittita una volta tanto!

- Oh, che invidia! - disse Letizia. - Mi raccomando, però, perfezioniamo un po' la tecnica ma non troppo, va bene? Il bavaglio si può rifare, ma stavolta se viene via, l'opportunità la si usa!

- Va bene, - disse Mauro. - Ti vigilo io - e diede un bacio sulla tempia di Letizia, dopo averle cinto le spalle con un braccio. - Pensavo di usare una telecamera, stavolta. Mi sono perso Francesca che si dibatteva e mi dispiace.

L'idea venne accolta con entusiasmo, poi la carne fu pronta, ed i quattro ragazzi cominciarono a mangiare, definendo i dettagli per la prossima sfida.


FINE

 

Luglio 2001


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Nota del WebMaster

Avrete sicuramente notato che questa volta Miles Hendon non ha messo nessuna prefazione relativa alla sicurezza o inviti alla attenzione, e sapete perche'?

Nella storia che avete appena letto, se notate, sono gia' presenti tutti i presupposti per un bondage fatto bene, e' stato rispettato il SSC:
Sano - In nessun momento c'e' stato pericolo di danni fisici alla partecipante, morali sicuramente non ce ne potevano essere in quanto era un gioco
Sicuro - In nessun momento la partecipante e' stata lasciata sola, anche quando la simulazione ha richiesto che l'"aggressore" si allontanasse, qualcuno e' sempre rimasto presente ed ha vigilato sulla "vittima"
Consensuale - La "vittima" era tale per sua scelta e lo e' rimasto per tutto il periodo sempre per sua scelta, aveva in qualsiasi momento la possibilita' di essere liberata.

Insomma, il tutto e' stato vissuto esattamente come piace a me, come un gioco. Sinceramente in questo caso non me la sento di darvi la soltia esortazione a "non voler ripetere quello che avete appena letto, in quanto potrebbe essere pericoloso".