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Per un attimo provai una paura ed una vergogna talmente intensa che temetti
di svenire. Non avrei mai fatto in tempo a cercare il cutter e tagliere
la fune che mi legava; ma se pure lo avessi fatto cosa avrei ottenuto?
Mi avrebbero trovata in cantina con addosso solo le scarpette da tennis
ed una camicia, che spiegazione avrei potuto dare loro? Dimenticandomi
del tutto che indossavo delle robuste manette di corda, strattonai freneticamente
i polsi. Adesso che mi sentivo in pericolo non c'era più nulla
di divertente nello starmene legata. Era anzi orribile non poter adoperare
le mani, non potersi muovere, non poter scappare. Ero bloccata!
Continuai così
qualche secondo, con le mie braccia che quasi si muovenano da sole, lottando
contro le corde. Ricordo che dovetti fare uno sforzo per ordinare loro
di fermarsi. In quel modo non risolvevo niente, e mi stavo scorticando
i polsi.
I ragazzi stavano scendendo le scale, continuando a prendersi in giro
a vicenda. Procedevano lentamente per non farsi male. Patrizio era probabilmente
davanti, ed essendo alto quasi due metri si muoveva a fatica in quell'ambiente
angusto. Io ero nella stanzina attigua a quella dove si sarebbero ritrovati
loro dopo l'ultimo gradino: ci avrebbe separati solo una porta socchiusa,
una volta che fossero stati giù. Non avevo mai provato una paura
così intensa prima di allora, ero disperata e maledicevo le mie
manie e la mia idea di legarmi in cantina: non potevo accontentarmi di
farlo in camera mia?
Se non fosse stato per le loro voci che mi fornivano un punto di riferimento,
non avrei saputo come orientarmi. Tornai a muovere dei passettini lenti,
per rientrare nella stanza nella quale mi ero legata. Mi aiutai con una
spalla a chiudere la porta, poi sentii le forze che mi mancavano quando
udii le loro voci così vicine, e mi accasciai per terra strisciando
sulla porta. Il pavimento ero sporco e polveroso, ma mi ci sedetti quasi
con gratitudine: accucciata nell'angolo mi sentivo protetta, anche se
era assurdo pensarla così.
- Cazzo, scotta! - esclamò Patrizio. La sua voce era orrendamente
vicina. Doveva essersi bruciato le dita con l'accendino.
- Fesso, cosa ti aspettavi? Fallo raffreddare un attimo prima di riaccenderlo.
- Ma si è vista Silvia? - chiese Patrizio. Parlava di me. Gesù!
Oh, Gesù!
- No, non è uscita dalla stanza. Forse dorme, non si dev'essere
accorta di niente.
- Forse dorme. Forse! - scherzò Patrizio. Mi aveva sempre fatto
un garbata corte, il primo anno con convinzione, poi aveva continuato
a farlo per scherzo anche quando aveva capito che non poteva funzionare.
- Dì la verità
- chiese Francesco a bassa voce - ti
piace, vero?
Il mio cuore era una carica di bufali in una prateria, lo sentivo martellare
nelle orecchie e a tratti avrebbe potuto coprire le loro voci. Una goccia
di sudore mi scivolò nell'occhio, facendomelo bruciare.
- Scusa, ne possiamo parlare in un altro momento? E' buio pesto quaggiù,
dai, cerchiamo 'ste cazzo di candele.
Confabularono a bassa voce per un po'. A volte non capivo cosa dicessero.
Io ero appoggiata con la schiena alla porta, ed oltre la parete al mio
fianco sentivo le loro voci, e i rumori di oggetti che venivano spostati
nel corso delle ricerche. Il fatto di dipendere da quell'accendino li
costringeva a delle continue pause, rallentando di molto le loro operazioni.
- Non le trovo, porca puttana! - si lamentò Francesco.
- Guardiamo qui dentro, - disse Patrizio, e li sentì spingere la
porta che li conduceva alla stanzina attigua a quella in cui ero rintanata
io. Udii i tre cigolii in sequenza, progressivamente più alti.
Avevo rinunciato a lottare contro le mie manette di corda, erano invincibili.
Rassegnata a dovermene stare legata e imbavagliata fino al momento in
cui non mi avessero scoperta, mi appiattivo contro la porta, accucciata
nell'oscurità, pregando.
Avevo voglia di piangere,
invece dovevo trattenere il respiro, perché loro erano oltre la
porticina contro la quale ero appoggiata io.
- Ma che cazzo di casino, in questa cantina! Guarda, è tutto lercio.
Se tocchi qualcosa ti becchi il tetano. - si lamentò Francesco.
- Guarda là sopra quello scaffale, dovrebbero essere lì.
- Fammi luce. Niente, non c'è niente.
Se avessi saputo con
certezza che le candele erano in quella stanza forse sarei stata meno
spaventata. Invece io stessa le avevo cercate poche ore prima per tutt'altri
utilizzi, senza trovarle. In effetti non ricordavo d'aver guardato nella
stanza nella quale ero in quel momento, per cui le candele avrebbero potuto
essere lì, accanto a me, posate sullo scaffale che una volta era
servito per contenere le bottiglie di vino del padrone di casa.
Patrizio diede un pugno di stizza contro la mia porta, dall'altra parte.
Io che vi tenevo il capo appoggiato incassai il colpo sentendomi rintronare
la testa. Chiusi forte gli occhi per il lieve dolore e lo spavento. -
Ma che cazzo, non torna più la luce? - Patrizio aveva una voce
possente, quando alzava il volume. Mi fece rabbrividire, come rabbrividivo
da bambina quando papà era in collera con me e alzava la voce.
- Torniamo su? Qui non ci sono, dai.
Mi si accese una speranza nel cuore. Sì, andate via, andate via!
- Proviamo qua dentro, - disse Patrizio, e lo sentì appoggiare
la mano contro la maniglia.
Era finita. Provai
un capogiro quando udii la maniglia che ruotava: di lì ad un secondo
avrebbe spinto la porta, incontrando la resistenza del mio corpo.
- Aspetta! - esclamò Francesco. - Fai luce qui. - Poi, dopo una
manciata di secondi: - Eccole, che cazzo!
Il sollievo fu tale che per un attimo pensai che me la sarai fatta sotto.
In effetti mi scappava, ma in quel trambusto non ci avevo fatto caso.
- Eccolo qua, nuove nuove. Dicevo io che c'erano. Dammi che accendo
Continuando a trattenere il respiro attesi che andassero via. Ma perché
non andavano via? Non avevano trovato quello che cercavano? Non so come
mai quando le avevo cercate io non le avevo viste: da quel che capivo
dovevano essere sullo stesso tavolo dove avevo lasciato il taglierino.
Come dando voce ai
miei pensieri udii Francesco che chiedeva:- Che ci fa qui questo cutter?
Di nuovo il cuore in gola. Avevano trovato il mio taglierino. Adesso avrebbero
pensato: un taglierino in una cantina a cosa può servire, se non
a tagliare le corde di una ragazza che pratica self bondage?
- Ma come cazzo c'è finito, qui? Non è quello di Silvia?
Sentì che Francesco apriva e richiudeva la lama, producendo quella
serie di scatti che in quei giorni mi era diventata molto familiare.
- Ma che cazzo vuoi che ne sappia? Andiamo, dai. Le bambine sono ancora
al buio.
I due ragazzi si allontanarono ma non feci in tempo a godermi il sollievo,
perché chiusero la porta della stanza attigua con il chiavistello
dall'esterno: la porta si poteva chiudere ed aprire solo da fuori; in
pratica ero stata rinchiusa dentro.
Il sunto della mia situazione: legata mani e piedi, imbavagliata, al buio
completo, rinchiusa dentro una stanza in cantina. Magnifico. Era esattamente
il tipo di situazione che decine di volte avevo immaginato, eccitandomi.
Eppure in quel momento non ero eccitata. Avevo solo voglia di piangere.
Non mi ero mai sentita così stupida e spaventata come in quel momento.
* *
*
Il panico era il mio
peggior nemico, in quel momento. Lottavo per tenerlo a freno, imponendomi
una immobilità ancora maggiore a quella alla quale ero costretta
dalle corde. Mi sarei potuta lasciare andare ad una crisi isterica, dibattendomi
come una forsennata sul pavimento sporco di quella cantina, lottando senza
speranza contro i legacci che mi stringevano.
Calma, mi dissi senza
convinzione. Stai calma e ne verrai fuori. Non ti agitare. Sì,
sei stata una stupida, avrai tutto il tempo per rimproverartelo, ma dopo!
Dopo che ne sarai venuta fuori. Ora, per favore, calmati e ragiona. Ragiona,
pensa!
Invece mi lasciai andare ad un pianto quasi disperato. Il nastro adesivo,
fra sudore e lacrime, si stava ormai staccando del tutto, ma la calza
era stata ben stretta attorno alla testa: il nastro adesivo era stata
una aggiunta mia, giusto per assaporare quella sensazione che la mia malattia
mi faceva piacere tanto, quella dell'adesivo sulle guance. Però
il bavaglio era efficace anche senza.
Scossi la testa cercando
di scrollarmi di dosso il nastro adesivo, ma rimase comunque attaccato
blandamente al volto.
Dunque: avevo i piedi legati. Non ricordavo se avessi stretto i nodi sul
lato anteriore o posteriore delle caviglie. Questo era fondamentale, perché
avrei potuto sperare di sciogliere il nodo solo se essi fossero stati
raggiungibili dalle mani, una volta inginocchiatami. Questa era la prima
cosa da verificare.
Secondo: il mio cutter era stato trovato dai ragazzi. L'avevano rimesso
al suo posto o se lo erano portato via? La sola idea che potessero avermi
privato della mia unica via di fuga mi terrorizzava al punto da mozzarmi
il fiato. In realtà sapevo che avrei dovuto essere più che
pronta a quella evenienza: se lo avessi trovato io, quel cutter, l'avrei
certamente portato su, pensando che fosse stato dimenticato.
Terzo: ero rinchiusa all'interno di quello stanzino. Per quel che ricordavo
la porta non era particolarmente robusta, forse uno come Patrizio avrebbe
potuto sfondarla con un calcio ben assestato. Patrizio superava il quintale.
L'ultima volta che io mi ero pesata avevo gioito nel vedere l'ago della
bilancia fermo sul 53. Avrebbe potuto, una ragazza esile come me, sfondare
quella porta? E se l'avessi sfondata non avrei fatto un sacco di rumore,
attirando giù i ragazzi? Ma soprattutto: come avrei spiegato la
distruzione di quella porta, in seguito?
L'analisi della mia situazione portava ad una conclusione semplice e chiara:
ero nei guai.
* *
*
Da piccola, una volta
mi ero andata a cacciare in un guaio simile. Mi legavo da sola ogni volta
che i miei uscivano: appena udivo il motore dell'auto sparire oltre il
vialetto, correvo a prendere il necessario, e mi legavo.
Non capivo le mie
fantasie, e c'erano occasioni in cui ne ero anche un po' spaventata. Ma
non sono mai riuscita a smettere di legarmi da sola, anche se si trattava
il più delle volte di legature blande, facili da sciogliere senza
sforzo: ero molto cauta, anche quando non possedevo ancora i mezzi per
realizzare legature più complesse.
Ero terrorizzata dall'idea di stringere troppo e non riuscire più
a slegarmi, con la prevedibile eventualità che i miei rientrassero
trovandomi in quelle condizioni.
In una sola occasione esagerai senza rendermene conto, e mi ritrovai con
i polsi legati davanti tanto strettamente da non riuscire più a
liberarmi. Quel giorno avevo deciso che ero stanca delle cinghie degli
accapatoii, e volendo provare qualcosa di nuovo avevo adoperato un paio
di metri di cavo telefonico, recuperato nel laboratorio di mio padre.
Non so neppure io come feci, avvolsi a caso i polsi, stringendo i nodi
tavolta aiutandomi con i denti. Fatto sta che ad un certo punto mi accorsi
che i polsi non venivano più via.
Mi spaventai moltissimo,
strattonando i polsi avvinti dentro quel cavo robusto. Le mani mi erano
diventante rosse, e mi sentivo sull'orlo delle lacrime. Da piccola ero
ovviamente più incosciente, e per quanto fossi spaventata mi fu
più facile cercare e trovare la soluzione. Invece di cercare di
sfilare i polsi, mi diressi in cucina dove riuscì a prendere un
coltello. Con non pochi sforzi e la paura che il coltello non riuscisse
a tranciare l'anima in rame del filo riuscii a slegarmi tagliando il cavo
in due.
Buttai via il pezzo
più corto di cavo telefonico, e rimisi quello più lungo
la suo posto. Per una settimana buona vissi nell'incubo che mio padre
potesse accorgersi che il filo si era inspiegabilmente accorciato e che
venisse a chiedere spiegazioni; peggio, temevo che notando che era successo
qualcosa al suo cavo intuisse l'uso che ne avevo fatto. Era assurdo, ovviamente,
ma queste erano le mie paure.
Dopo quella volta
mi resi conto di quanto effettivamente rischiassi, nel praticare self
senza la giusta accortezza. Probabilmente quell'avvenimento mi insengò
molto, e non era affatto difficile che possa esserci quella esperienza
dietro il mio timore di ricorrere alle manette. Avevo resistito per anni
alla facile tentazione di "esagerare", e mi ero trovata bene.
Fino al giorno in
cui scesi in cantina, dimenticandomi di tutto ciò che l'esperienza
mi aveva insegnato. Sola nel buio della cantina, prigioniera di una mia
fantasia divenuta realtà, tornai con il ricordo a quella storia
del cavo telefonico. Quella volta ne ero venuta fuori ragionando con calma,
senza lasciarmi travolgere dal panico.
* *
*
Maledissi il vecchio padrone di casa. Perché aveva fatto mettere
il chiavistello alla porta? Di cosa aveva paura? Che senso aveva quel
chiavistello messo lì per chiudere una porta interna?
Sarebbe stato giustificato solo fosse esistito il rischio che qualcuno,
dalla strada, entrasse in cantina attraverso quelle stupide feritoie e
Le feritoie! Ma certo! Mi girai al buio verso il punto dove ricordavo
ce ne fosse una. Cercai di fare mente locale.
Dunque: ricordavo
con precisione che la finestrella in fondo al vano stretto e lungo in
cui mi trovavo non dava sulla strada, bensì sul giardino di casa
nostra.
Gli occhi si erano già abituati al buio, ma faticavo a vedere la
finestra. Vedevo un rettangolo di ombra appena più chiaro, in fondo.
Ma poteva benissimo darsi che me lo stessi immaginando. Per quanto il
padrone di casa si fosse premurato di montare un chiavistello alla porta,
non aveva pensato di chiudere quella apertura con una grata. Lo ringraziai
di cuore con il pensiero, chiudendo gli occhi.
Non ricordavo con
precisione quanto fosse ampia l'apertura, poteva benissimo darsi che non
fossi stata in grado di passarvi attraverso.
Questa considerazione mi diede la forza di continuare a tentare. Mi inginocchiai
e iniziai a tastare la corda che legava le mie gambe alla ricerca del
nodo. Lo trovai. Dio, ti ringrazio, ti ringrazio! Il nodo era sulla parte
posteriore delle caviglie. Se fosse stato davanti sarebbe stato un ennesimo
guaio. Invece per puro caso era dietro! Cercai di convincermi che l'avessi
annodata dietro di proposito, proprio per poterlo raggiungere più
facilmente in caso di emergenza. Ma onestamente non ricordavo di averci
pensato. Era stato un caso.
Lavorai con impegno
muovendo scomodamente le dita, e dopo diversi minuti di sforzi ed una
nuova sudata, finalmente il nodo cedette, dando sollievo alla mia anima
e alle mie povere caviglie.
Mi alzai in piedi.
Le gambe mi tremavano
per il nervosismo e la paura.
Mi rassicurava alla
lontana pensare che almeno non avrei finito i miei giorni in quella cantina,
disidratandomi con il passare delle ore: se entro qualche ora non fossi
stata in grado di venirne fuori avrei chiamato aiuto: questo avrebbe significato
dare delle spiegazioni talmente imbarazzanti da non riuscire neppure a
concepirle, ma era pur sempre meglio dover dare spiegazioni, piuttosto
che morire di sete nella propria cantina.
Maledizione a me,
alla mia perversione, e accidenti al self! Maledetto lo sconosciuto che
aveva messo sul suo sito quelle istruzioni per realizzare il nodo manetta!
Guarda in che razza di situazione mi trovo, diosanto! Appena esco di qui
ti scrivo una bella e-mail piena di insulti, dannato maniaco!
Uscii dal bugigattolo muovendomi finalmente con dei passi veri e propri,
e mi misi a tastare con le mani il piano del tavolo dove avevo lasciato
il cutter, senza troppa speranza. Ovviamente non lo trovai: poteva anche
essere che Francesco lo avesse riposto distrattamente da qualche altra
parte, ignaro del guaio nel quale mi aveva cacciato.
Forse trascorsi una
decina di minuti a toccare con le mani il tavolo, sperando di posare il
palmo sul taglierino, caparbiamente. Alla fine rinunciai.
Se volevo liberami da quella corda dovevo trovare un'altra soluzione.
Se invece che restare chiusa in quello stupido stanzino mi fosse capitato
di trovarmi nel locale dove il padrone di casa teneva alcuni attrezzi
da lavoro, avrei potuto cercare qualcosa per tagliare le corde. La sfortuna
mi perseguitava, ma non recriminavo contro di essa: me la prendevo solo
con la mia stupidità. Me l'ero cercata, in fondo.
Mi venne in mente
un'idea, sia pure pericolosa, ma era meglio di niente. Tornai nello stanzino
stretto e lungo, cercando in quella selva di ombre di dare le spalle alla
improvvisata rastrelliera per le bottiglie di vino. Ce ne doveva essere
qualcuna di bottiglia, e mi misi a palpare i ripiani freneticamente.
Le mie mani toccarono
legno polveroso per una infinità di volte e stavo cominciando a
temere che potessi ricordare male, che le bottiglie non erano mai state
lì. Ma stavolta non era come per il cutter. Stavolta sapevo che
c'erano, maledizione! Dovevano esserci!
E finalmente ne toccai una, fortunatamente piena.
Fai attenzione in nome di Dio, fai attenzione! Mi girai, in modo da dare
le spalle alla porta, e lasciai cadere la bottiglia per terra facendo
contemporaneamente un passo avanti, per sicurezza. La bottiglia si schiantò
in una esplosione di vino, vetro ed odore cattivo. Restai con il fiato
sospeso, aspettando di udire voci al piano di sopra. L'avevano sentito
i miei amici quel rumore? Dopo qualche secondo giudicai di no.
Avevo i polpacci grondanti di liquido fresco e denso che gocciolava giù
infilandosi nelle scarpette da tennis e facendomi un solletico fastidioso,
come di mosche. Mi appoggiai al muro con una spalla, per tenere meglio
l'equilibrio, e mi misi a cercare cautamente con il piede un pezzo di
vetro adatto. Quando ne trovai uno che giudicai (per quel che potevo attraverso
la suola della scarpa) della dimensione adeguata, lo isolai con un calcetto
dal resto del gruppo. Lo colpii e lo spinsi con la scarpa finché
non mi parve fuori dalla pozza fangosa di vino misto a polvere sul pavimento.
Mi accovacciai e lo presi fra le mani delicatamente.
Il resto dell'operazione fu lenta ed angosciante. In certi momenti mi
ritrovai a disperare di riuscire a tagliare quella corda con il coccio
di vetro. Muovere le mani dietro la schiena non era facile, sentivo i
polsi ardermi tutt'intorno, dove la corda aveva sfregato la pelle a causa
dei miei sforzi. Ma non avevo altra scelta, e continuai a segare la fune
con il coccio di vetro viscido. Ad un certo punto mi sedetti sulla sedia
che aveva preso parte ai miei giochi, in una mia vita precedente.
Quando mi stancavo
facevo riposare le dita, a volte passavo il coccio nell'altra mano, poi
riprendevo cercando di tagliare in corrispondenza della fenditura già
aperta. Le dita mi dolevano in modo intollerabile, sarebbe bastato un
gesto sbagliato e il coccio mi sarebbe caduto di mano, per non parlare
del rischio di tagliarmi.
Una o due eternità
dopo, con me ormai in un bagno di sudore, la corda si tranciò.
Semplicemente, senza squilli di tromba o fuochi artificiali la fune cedette
spezzandosi, ed io ebbi finalmente le braccia libere. Sciolsi freneticamente
il nodo, sbarazzandomi del tutto da quella odiosa manetta in canapa. I
polsi mi facevano male, ma soprattutto avevo dolore alle dita con le quali
avevo tenuto in mano il coccio di vetro.
Fase numero due: senza perdere tempo avvicinai la sedia alla parete di
fondo, dove ricordavo ci fosse la finestrella. Montai sulla sedia, alzandomi
lentamente, per paura di battere il capo sul basso soffitto che non vedevo.
La finestrella c'era, grazie a Dio! Ricordavo bene. Era proprio lì
davanti a me, e sembrava anche abbastanza grande da permettermi di sgusciare
fuori. Il telaio era vecchio e deformato, ma la finestra si aprii verso
l'interno e verso il basso. Fui raggiunta da una ventata di fresco che
diede un sollievo infinito al mio volto arroventato.
Non mi pareva di udire rumori in giardino, sentivo solo frinire dei grilli
ignari.
Mi ricordai di essere in mutande, e tornai giù. Trovai i miei pantaloncini,
avrei pensato dopo a far sparire le tracce della mia attività segreta.
Questo mi fece ricordare che fra l'altro avevo ancora il bavaglio in bocca:
l'avevo tenuto addosso così tanto tempo che ormai non ci facevo
più caso. Me lo tolsi in gesti rabbiosi, scagliando nel buio il
nastro appallottolato.
Appena mi fui vestita,
salì di nuovo sulla sedia, stavolta percependo più chiaramente
le ragnatele che si stavano impastando ai miei capelli. Con braccia esauste
e quasi prive di forza mi issai.
Mi si incastrò
un po' il culo mentre uscivo, ma dopo diversi sforzi mi ritrovai fuori,
sia pure al prezzo di una scarpetta. Irrazionalmente mi tolsi anche l'altra,
e la buttai nella cantina al seguito della prima.
Ero libera! Ero finalmente di nuovo libera: stentavo a credere d'aver
avuto così tanta fortuna. Adesso le spiegazioni che avrei dovuto
dare sarebbero state molte di meno, se fossi stata scoperta. Speravo di
non essere costretta comunque a darle, poiché avevo di certo camicia
e jeans sporchi, puzzavo di vino marcio, e avevo sicuramente i segni del
bavaglio sul volto, e quelli delle corde su polsi e caviglie.
Mi sedetti contro il muro, accanto alla finestra per riprendere fiato.
Dopo l'oscurità della cantina, il buio della notte all'aperto pareva
quasi luce diurna. Vedevo distintamente il vecchio dondolo sfondato che
Patrizio tentava ogni tanto di riparare, ma che cedeva invariabilmente
ogni volta sotto il suo peso. Vedevo l'insulsa statuina, imitazione scadente
in gesso della Venere di Milo al centro della fontanella essiccata. Vedevo
il tavolino da picnic circondato dalle sedie di plastica bianca, sul quale
solo la sera prima avevamo consumato una cena. Il muro di cinta che ci
proteggeva dall'esterno era un muro di notte nera, ma si distingueva con
chiarezza la vecchia apertura, ora murata. Il resto era silenzio, e frinire
di grilli. Dio ti ringrazio, pensavo. Ti ringrazio, Dio.
Mi alzai e salii cautamente le poche scale per raggiungere il piccolo
terrazzo immediatamente fuori dalla cucina. Le mie ore di sfortuna erano
terminate, la cucina era deserta, e la porta era aperta. Se fosse stata
chiusa sarebbe stato un guaio, non avevo con me le chiavi. Aprii la zanzariera
e mi introdussi in casa camminando in punta di piedi nudi.
I miei amici erano al piano di sopra, li sentivo chiacchierare. Mi chiedevo
se avessero già provato a bussare alla porta della mia camera senza
ottenere risposta, o se per caso, magari Virginia avesse provato addirittura
ad entrare scoprendo che non ero nel mio letto, dove si sarebbe dovuto
supporre che fossi dal momento che non avevo reagito minimamente all'assenza
di corrente.
Mentre salivo le scale
silenziosa come un ombra, camminando a stento al buio, cercavo di elaborare
una qualche giustificazione. Fu in quel momento che Patrizio uscii dalla
stanza di Virginia dove erano riuniti tutti e tre.
- Buio o no io ho fame, e vado a mangiare! Se volete
- poi mi vide
sulle scale e trasalii per la sorpresa - Oh, cazzo! - esclamò.
- Cristo, Silvia, sei tu! Mi hai fatto prendere un colpo!
- E' andata via la luce? - chiesi io stupidamente, per guadagnare tempo.
Mi sorpresi della naturalezza della mia voce.
- No, stiamo risparmiando sulle bollette. - gridò Francesco da
dentro la camera di Virginia. Il solito spiritoso, ma me la meritavo una
risposta stupida. Patrizio iniziò a scendere le scale venendomi
incontro. Se la luce fosse tornata in quel momento sarebbe stato evidente
quale era lo stato pietoso nel quale versavano i miei abiti e tutto il
mio corpo. Sarebbero stati visibili anche i segni rossi sulla pelle.
- Gesù, cosa è quest'odore? - chiese Patrizio. Si riferiva
al vino che mi aveva bagnato le gambe ed i piedi. - Hai fatto il bagno
nell'aceto? - mi domandò. Il cuore tornò a rullarmi nel
petto, ma io risposi con calma, sorridendo, pur senza guardarlo in faccia:-
Certo, per la cellulite, so che non ti piace molto. - mentre parlavo continuavo
a salire le scale, fino a dare le spalle e Patrizio.
- Ah, grazie - mi rispose lui. - Apprezzo, ma la prossima volta che vuoi
farti bella per me magari prima chiedimi se preferisco la cellulite o
l'odore di aceto. Ma da dove stai ven
?
- Non mancherò! - lo interruppi:- Ora scusami, ma visto che non
ti piace, vado a levarmi di dosso questa puzza! - E mi infilai nella mia
stanza, chiudendomi dentro.
Ridendo e scherzando
avevo più o meno eluso le domande, non gli avevo dato il tempo
di chiedermi dove mi fossi cacciata, e da dove stessi venendo. Per il
momento l'avevo fatta franca.
Mi appoggiai alla porta con la schiena, poi le gambe non mi ressero più
e mi lasciai scivolare verso il basso fino a sedermi per terra. Di fronte
a me c'era l'orologio della Pantera Rosa con le lancette fosforescenti.
Erano passate da poco le nove e mezza. Ero entrata nella cantina verso
le sei e un quarto di quel pomeriggio.
Ero sicura che avrei pianto, per lo shock subito poco prima, per lo spavento,
per la stanchezza; ma soprattutto avrei pianto per il sollievo di essere
tornata viva e vegeta nella mia stanza, senza che il mio segreto fosse
stato scoperto, senza subire l'insopportabile umiliazione di farmi liberare
da Patrizio o Francesco, come avevo temuto. Promisi a me stessa che con
il self bondage avrei chiuso. Per sempre.
* *
*
La luce tornò
quasi con indifferenza alle 22.15 in una esplosione candida di neon. Dopo
essermi cambiata mi ero distesa sul letto, entrando nel dormiveglia. Quello
che avevo appena passato era nulla se messo a confronto con l'orrore di
tutti i "se" che da quel momento iniziarono a fiorirmi in testa:
"E se mi fossi lasciata prendere dal panico e avessi dato in escandescenze
perdendo l'equilibrio, cadendo e ferendomi?"
"E se la finestra fosse stata troppo stretta per passarci?"
"E se i ragazzi si fossero riuniti in cucina invece che in camera
di Virginia?"
"E se Francesco non avesse trovato le candele un attimo prima che
Patrizio spingesse la porta dietro la quale ero accucciata ancora in vincoli?"
"E se non fossi riuscita a tagliare le corde con il coccio di vetro?".
Avevo sentito parlare
di una raffinata tecnica di tortura: consisteva nel legare la vittima
ad una sedia, e lasciarle gocciolare dell'acqua sulla sommità del
cranio. Potrebbe sembrare una cosa da poco, ma si dice che in realtà
questo supplizio sia in grado di condurre alla follia, dopo qualche ora.
Quei "se" mi davano una idea piuttosto precisa di ciò
che il condannato provava in quel momento. Anche io temevo che l'angoscia
che mi procuravano avrebbe potuto farmi perdere la ragione.
Mi ripetei più volte che era andato tutto bene, il Cielo aveva
voluto che me la cavassi, che forse era stata una sonora lezione che almeno
avevo imparato. Mi imposi di non pormi più domande che iniziavano
con "e se", ma era come combattere contro il vento.
Quella sera non cenai, ben sapendo che la compagnia dei miei amici mi
avrebbe aiutato a non pensare, ma senza trovare il coraggio di affrontarli,
temendo qualche loro domanda. Mi feci una doccia bollente e mi infilai
nel letto benedicendo la confortante serenità delle lenzuola fresche.
Non riuscii a prendere sonno: oltre alla selva di "se" c'era
il pensiero fisso della cantina, ridotta ad un mosaico di indizi. C'era
una pozzanghera di vino e vetri, c'erano spezzoni di corda tranciata malamente,
c'era la pallottolina di nastro adesivo argentato, e infine, come una
dichiarazione di colpevolezza, c'erano le mie scarpette da tennis zuppe
di vino. Attesi che tutti andassero a dormire, poi lottando contro la
paura di scendere durante la notte da sola giù nella cantina (una
paura irrazionale, infantile, che persisteva nonostante avessi da poco
provato paure ben più concrete, laggiù), mi avviai. Adesso
che la luce c'era, era tutto diverso.
Spesso mi sono chiesta se il mio timore d'essere scoperta in base a pochi
indizi avesse un fondamento, o non fosse più semplicemente il frutto
di una paranoia indotta dalla mia ipersensibilità per certi segnali
(segni vaghi sulla pelle, foulard un po' troppo spiegazzati, e io che
mi facevo più attenta durante certe scene nei film). Poteva benissimo
darsi che una persona senza il bondage fisso in testa, a certi particolari
neppure badasse, o che comunque fosse sprovvisto della giusta chiave di
lettura.
Ma se uno avesse messo piede in quel corridoio stretto e lungo, non avrebbe
avuto alcun dubbio.
Quella stanza era
stata il teatro di una evasione.
Le orme dei saltelli a piedi uniti erano stampate con chiarezza nella
polvere. Al di qua della pozza di vino rosso (me ne accorgevo solo ora
che era rosso), c'era il bianco serpentello della corda con la quale mi
ero legata le caviglie. Poi c'era il nastro adesivo accartocciato accanto
alla parete; poco più in là c'erano diversi frammenti di
corda, i residui tranciati del mio nodo a manetta (più o meno si
capiva quale era stata la sua forma originaria, nonostante i tagli); c'erano
le due calze che avevo adoperato come bavaglio, una delle quali ormai
a forma di piccola palla incrostata di saliva rappresa. Ero sicura che
guardandola da vicino avrei visto anche i segni dei denti.
E c'era la sedia appoggiata alla parete di fondo, con le mie scarpette
da tennis entrambe rovesciate per terra. Non c'era possibilità
di dubbio: in quella stanza c'era stata una donna legata e imbavagliata
che era riuscita a liberarsi e scappare: era chiaro come risulta chiara
la frattura di un osso in una lastra ai raggi X.
Richiusi la finestra,
poi raccolsi tutti i resti della mia avventura. Al vino ci avrei pensato
il giorno dopo, mi limitai a spostare il coccio che mi aveva salvata in
mezzo agli altri. Lo posai quasi con gratitudine. Provai a cancellare
le impronte nella polvere, poi me ne tornai in camera mia, ben sapendo
che sarei stata sottoposta fino alle prime luci dell'alba ad un'altra
seduta di quella raffinata tecnica di tortura che erano le domande che
iniziavano con "e se...".
* *
*
In realtà,
malgrado la promessa che feci a me stessa, feci molte altre esperienze
di self bondage, ma non utilizzai mai più il nodo manetta, e non
pensai mai più di comprarmi un paio di manette vere. Da quel giorno
predisposi sempre almeno due vie di fuga, allacciai sempre il nodo delle
caviglie sul lato posteriore delle gambe e mi limitai ad adoperare solo
ed esclusivamente la mia camera.
Dopo che il pericolo
fu definitivamente scongiurato tutta quella brutta avventura divenne solo
uno dei tanti ricordi: non di rado, in preda ad eccitazioni forti, tornavo
con il pensiero a me stessa legata e imbavagliata, accucciata contro la
porta: in fondo era stata la prima volta che in vita mia avevo assaporato
gli effetti della prigionia fino in fondo, compresi gli aspetti più
sgradevoli. Ed era finito tutto bene, per fortuna. Imparai con il tempo
a girare a mio vantaggio i numerosi "e se...", aggiungendo di
proposito dei dettagli inventati, come ad esempio una benda, o una corda
che mi avrebbe impedito persino di alzarmi dalla sedia. Tanto niente al
mondo mi avrebbe mai più spinta a comportarmi come quella volta,
correndo rischi così stupidi. Avevo imparato la lezione.
* *
*
Tre giorni dopo Francesco
venne da me mentre studiavo.
- Questo è tuo, vero? - mi chiese porgendomi qualcosa. Guardai
impietrita il mio cutter giallo quasi che Francesco me lo stesse puntando
contro minacciosamente: "adesso ci divertiamo, bambola!"
- L'ho trovato in cantina qualche giorno fa. Chissà come c'è
finito. Tieni.
Presi il cutter e ringraziai Francesco con un filo di voce. Chissà
come trovai la forza di ripetere la sua domanda:
- Già
chissà come c'è finito. - se Francesco
si accorse che ero impallidita, non lo diede a vedere.
FINE
Giugno
2001
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