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Nota dell'autore: questo racconto narra di una incauta ragazza patita di self bondage. Rappresenta, se vogliamo, un concentrato delle peggiori paure relative a questa strana pratica. Forse la protagonista vi apparirà un pò troppo sfigata, ma provate a riflettere: facendo del self bondage, non vi è mai capitato di correre qualche rischio un pò stupido? Io spero che dopo questa lettura molti di voi comprendano l'importanza della sicurezza, anche quando trasgredire le regole che ci imponiamo sembra dare più mordente al gioco. Inutile ripetere che pur trattandosi di un racconto scritto con qualche pretesa di iperrealisimo, resta pur sempre una storia di fantasia: non cercate di rifare a casa niente di quello che trovate scritto di seguito. Per non guastarvi la lettura, aggiungerò altre note alla fine del racconto.


LA CANTINA

di Miles Hendon

Seconda Parte

Per un attimo provai una paura ed una vergogna talmente intensa che temetti di svenire. Non avrei mai fatto in tempo a cercare il cutter e tagliere la fune che mi legava; ma se pure lo avessi fatto cosa avrei ottenuto? Mi avrebbero trovata in cantina con addosso solo le scarpette da tennis ed una camicia, che spiegazione avrei potuto dare loro? Dimenticandomi del tutto che indossavo delle robuste manette di corda, strattonai freneticamente i polsi. Adesso che mi sentivo in pericolo non c'era più nulla di divertente nello starmene legata. Era anzi orribile non poter adoperare le mani, non potersi muovere, non poter scappare. Ero bloccata!

Continuai così qualche secondo, con le mie braccia che quasi si muovenano da sole, lottando contro le corde. Ricordo che dovetti fare uno sforzo per ordinare loro di fermarsi. In quel modo non risolvevo niente, e mi stavo scorticando i polsi.


I ragazzi stavano scendendo le scale, continuando a prendersi in giro a vicenda. Procedevano lentamente per non farsi male. Patrizio era probabilmente davanti, ed essendo alto quasi due metri si muoveva a fatica in quell'ambiente angusto. Io ero nella stanzina attigua a quella dove si sarebbero ritrovati loro dopo l'ultimo gradino: ci avrebbe separati solo una porta socchiusa, una volta che fossero stati giù. Non avevo mai provato una paura così intensa prima di allora, ero disperata e maledicevo le mie manie e la mia idea di legarmi in cantina: non potevo accontentarmi di farlo in camera mia?


Se non fosse stato per le loro voci che mi fornivano un punto di riferimento, non avrei saputo come orientarmi. Tornai a muovere dei passettini lenti, per rientrare nella stanza nella quale mi ero legata. Mi aiutai con una spalla a chiudere la porta, poi sentii le forze che mi mancavano quando udii le loro voci così vicine, e mi accasciai per terra strisciando sulla porta. Il pavimento ero sporco e polveroso, ma mi ci sedetti quasi con gratitudine: accucciata nell'angolo mi sentivo protetta, anche se era assurdo pensarla così.


- Cazzo, scotta! - esclamò Patrizio. La sua voce era orrendamente vicina. Doveva essersi bruciato le dita con l'accendino.
- Fesso, cosa ti aspettavi? Fallo raffreddare un attimo prima di riaccenderlo.
- Ma si è vista Silvia? - chiese Patrizio. Parlava di me. Gesù! Oh, Gesù!
- No, non è uscita dalla stanza. Forse dorme, non si dev'essere accorta di niente.
- Forse dorme. Forse! - scherzò Patrizio. Mi aveva sempre fatto un garbata corte, il primo anno con convinzione, poi aveva continuato a farlo per scherzo anche quando aveva capito che non poteva funzionare.
- Dì la verità… - chiese Francesco a bassa voce - ti piace, vero?


Il mio cuore era una carica di bufali in una prateria, lo sentivo martellare nelle orecchie e a tratti avrebbe potuto coprire le loro voci. Una goccia di sudore mi scivolò nell'occhio, facendomelo bruciare.
- Scusa, ne possiamo parlare in un altro momento? E' buio pesto quaggiù, dai, cerchiamo 'ste cazzo di candele.


Confabularono a bassa voce per un po'. A volte non capivo cosa dicessero. Io ero appoggiata con la schiena alla porta, ed oltre la parete al mio fianco sentivo le loro voci, e i rumori di oggetti che venivano spostati nel corso delle ricerche. Il fatto di dipendere da quell'accendino li costringeva a delle continue pause, rallentando di molto le loro operazioni.


- Non le trovo, porca puttana! - si lamentò Francesco.
- Guardiamo qui dentro, - disse Patrizio, e li sentì spingere la porta che li conduceva alla stanzina attigua a quella in cui ero rintanata io. Udii i tre cigolii in sequenza, progressivamente più alti.
Avevo rinunciato a lottare contro le mie manette di corda, erano invincibili. Rassegnata a dovermene stare legata e imbavagliata fino al momento in cui non mi avessero scoperta, mi appiattivo contro la porta, accucciata nell'oscurità, pregando.

Avevo voglia di piangere, invece dovevo trattenere il respiro, perché loro erano oltre la porticina contro la quale ero appoggiata io.


- Ma che cazzo di casino, in questa cantina! Guarda, è tutto lercio. Se tocchi qualcosa ti becchi il tetano. - si lamentò Francesco.
- Guarda là sopra quello scaffale, dovrebbero essere lì.
- Fammi luce. Niente, non c'è niente.

Se avessi saputo con certezza che le candele erano in quella stanza forse sarei stata meno spaventata. Invece io stessa le avevo cercate poche ore prima per tutt'altri utilizzi, senza trovarle. In effetti non ricordavo d'aver guardato nella stanza nella quale ero in quel momento, per cui le candele avrebbero potuto essere lì, accanto a me, posate sullo scaffale che una volta era servito per contenere le bottiglie di vino del padrone di casa.


Patrizio diede un pugno di stizza contro la mia porta, dall'altra parte. Io che vi tenevo il capo appoggiato incassai il colpo sentendomi rintronare la testa. Chiusi forte gli occhi per il lieve dolore e lo spavento. - Ma che cazzo, non torna più la luce? - Patrizio aveva una voce possente, quando alzava il volume. Mi fece rabbrividire, come rabbrividivo da bambina quando papà era in collera con me e alzava la voce.


- Torniamo su? Qui non ci sono, dai.


Mi si accese una speranza nel cuore. Sì, andate via, andate via!


- Proviamo qua dentro, - disse Patrizio, e lo sentì appoggiare la mano contro la maniglia.

Era finita. Provai un capogiro quando udii la maniglia che ruotava: di lì ad un secondo avrebbe spinto la porta, incontrando la resistenza del mio corpo.


- Aspetta! - esclamò Francesco. - Fai luce qui. - Poi, dopo una manciata di secondi: - Eccole, che cazzo!


Il sollievo fu tale che per un attimo pensai che me la sarai fatta sotto. In effetti mi scappava, ma in quel trambusto non ci avevo fatto caso.


- Eccolo qua, nuove nuove. Dicevo io che c'erano. Dammi che accendo…


Continuando a trattenere il respiro attesi che andassero via. Ma perché non andavano via? Non avevano trovato quello che cercavano? Non so come mai quando le avevo cercate io non le avevo viste: da quel che capivo dovevano essere sullo stesso tavolo dove avevo lasciato il taglierino.

Come dando voce ai miei pensieri udii Francesco che chiedeva:- Che ci fa qui questo cutter?


Di nuovo il cuore in gola. Avevano trovato il mio taglierino. Adesso avrebbero pensato: un taglierino in una cantina a cosa può servire, se non a tagliare le corde di una ragazza che pratica self bondage?
- Ma come cazzo c'è finito, qui? Non è quello di Silvia?


Sentì che Francesco apriva e richiudeva la lama, producendo quella serie di scatti che in quei giorni mi era diventata molto familiare.


- Ma che cazzo vuoi che ne sappia? Andiamo, dai. Le bambine sono ancora al buio.


I due ragazzi si allontanarono ma non feci in tempo a godermi il sollievo, perché chiusero la porta della stanza attigua con il chiavistello dall'esterno: la porta si poteva chiudere ed aprire solo da fuori; in pratica ero stata rinchiusa dentro.


Il sunto della mia situazione: legata mani e piedi, imbavagliata, al buio completo, rinchiusa dentro una stanza in cantina. Magnifico. Era esattamente il tipo di situazione che decine di volte avevo immaginato, eccitandomi. Eppure in quel momento non ero eccitata. Avevo solo voglia di piangere. Non mi ero mai sentita così stupida e spaventata come in quel momento.

* * *

Il panico era il mio peggior nemico, in quel momento. Lottavo per tenerlo a freno, imponendomi una immobilità ancora maggiore a quella alla quale ero costretta dalle corde. Mi sarei potuta lasciare andare ad una crisi isterica, dibattendomi come una forsennata sul pavimento sporco di quella cantina, lottando senza speranza contro i legacci che mi stringevano.

Calma, mi dissi senza convinzione. Stai calma e ne verrai fuori. Non ti agitare. Sì, sei stata una stupida, avrai tutto il tempo per rimproverartelo, ma dopo! Dopo che ne sarai venuta fuori. Ora, per favore, calmati e ragiona. Ragiona, pensa!


Invece mi lasciai andare ad un pianto quasi disperato. Il nastro adesivo, fra sudore e lacrime, si stava ormai staccando del tutto, ma la calza era stata ben stretta attorno alla testa: il nastro adesivo era stata una aggiunta mia, giusto per assaporare quella sensazione che la mia malattia mi faceva piacere tanto, quella dell'adesivo sulle guance. Però il bavaglio era efficace anche senza.

Scossi la testa cercando di scrollarmi di dosso il nastro adesivo, ma rimase comunque attaccato blandamente al volto.


Dunque: avevo i piedi legati. Non ricordavo se avessi stretto i nodi sul lato anteriore o posteriore delle caviglie. Questo era fondamentale, perché avrei potuto sperare di sciogliere il nodo solo se essi fossero stati raggiungibili dalle mani, una volta inginocchiatami. Questa era la prima cosa da verificare.


Secondo: il mio cutter era stato trovato dai ragazzi. L'avevano rimesso al suo posto o se lo erano portato via? La sola idea che potessero avermi privato della mia unica via di fuga mi terrorizzava al punto da mozzarmi il fiato. In realtà sapevo che avrei dovuto essere più che pronta a quella evenienza: se lo avessi trovato io, quel cutter, l'avrei certamente portato su, pensando che fosse stato dimenticato.


Terzo: ero rinchiusa all'interno di quello stanzino. Per quel che ricordavo la porta non era particolarmente robusta, forse uno come Patrizio avrebbe potuto sfondarla con un calcio ben assestato. Patrizio superava il quintale. L'ultima volta che io mi ero pesata avevo gioito nel vedere l'ago della bilancia fermo sul 53. Avrebbe potuto, una ragazza esile come me, sfondare quella porta? E se l'avessi sfondata non avrei fatto un sacco di rumore, attirando giù i ragazzi? Ma soprattutto: come avrei spiegato la distruzione di quella porta, in seguito?
L'analisi della mia situazione portava ad una conclusione semplice e chiara: ero nei guai.

* * *

Da piccola, una volta mi ero andata a cacciare in un guaio simile. Mi legavo da sola ogni volta che i miei uscivano: appena udivo il motore dell'auto sparire oltre il vialetto, correvo a prendere il necessario, e mi legavo.

Non capivo le mie fantasie, e c'erano occasioni in cui ne ero anche un po' spaventata. Ma non sono mai riuscita a smettere di legarmi da sola, anche se si trattava il più delle volte di legature blande, facili da sciogliere senza sforzo: ero molto cauta, anche quando non possedevo ancora i mezzi per realizzare legature più complesse.
Ero terrorizzata dall'idea di stringere troppo e non riuscire più a slegarmi, con la prevedibile eventualità che i miei rientrassero trovandomi in quelle condizioni.


In una sola occasione esagerai senza rendermene conto, e mi ritrovai con i polsi legati davanti tanto strettamente da non riuscire più a liberarmi. Quel giorno avevo deciso che ero stanca delle cinghie degli accapatoii, e volendo provare qualcosa di nuovo avevo adoperato un paio di metri di cavo telefonico, recuperato nel laboratorio di mio padre. Non so neppure io come feci, avvolsi a caso i polsi, stringendo i nodi tavolta aiutandomi con i denti. Fatto sta che ad un certo punto mi accorsi che i polsi non venivano più via.

Mi spaventai moltissimo, strattonando i polsi avvinti dentro quel cavo robusto. Le mani mi erano diventante rosse, e mi sentivo sull'orlo delle lacrime. Da piccola ero ovviamente più incosciente, e per quanto fossi spaventata mi fu più facile cercare e trovare la soluzione. Invece di cercare di sfilare i polsi, mi diressi in cucina dove riuscì a prendere un coltello. Con non pochi sforzi e la paura che il coltello non riuscisse a tranciare l'anima in rame del filo riuscii a slegarmi tagliando il cavo in due.

Buttai via il pezzo più corto di cavo telefonico, e rimisi quello più lungo la suo posto. Per una settimana buona vissi nell'incubo che mio padre potesse accorgersi che il filo si era inspiegabilmente accorciato e che venisse a chiedere spiegazioni; peggio, temevo che notando che era successo qualcosa al suo cavo intuisse l'uso che ne avevo fatto. Era assurdo, ovviamente, ma queste erano le mie paure.

Dopo quella volta mi resi conto di quanto effettivamente rischiassi, nel praticare self senza la giusta accortezza. Probabilmente quell'avvenimento mi insengò molto, e non era affatto difficile che possa esserci quella esperienza dietro il mio timore di ricorrere alle manette. Avevo resistito per anni alla facile tentazione di "esagerare", e mi ero trovata bene.

Fino al giorno in cui scesi in cantina, dimenticandomi di tutto ciò che l'esperienza mi aveva insegnato. Sola nel buio della cantina, prigioniera di una mia fantasia divenuta realtà, tornai con il ricordo a quella storia del cavo telefonico. Quella volta ne ero venuta fuori ragionando con calma, senza lasciarmi travolgere dal panico.

* * *


Maledissi il vecchio padrone di casa. Perché aveva fatto mettere il chiavistello alla porta? Di cosa aveva paura? Che senso aveva quel chiavistello messo lì per chiudere una porta interna?
Sarebbe stato giustificato solo fosse esistito il rischio che qualcuno, dalla strada, entrasse in cantina attraverso quelle stupide feritoie e…


Le feritoie! Ma certo! Mi girai al buio verso il punto dove ricordavo ce ne fosse una. Cercai di fare mente locale.

Dunque: ricordavo con precisione che la finestrella in fondo al vano stretto e lungo in cui mi trovavo non dava sulla strada, bensì sul giardino di casa nostra.


Gli occhi si erano già abituati al buio, ma faticavo a vedere la finestra. Vedevo un rettangolo di ombra appena più chiaro, in fondo. Ma poteva benissimo darsi che me lo stessi immaginando. Per quanto il padrone di casa si fosse premurato di montare un chiavistello alla porta, non aveva pensato di chiudere quella apertura con una grata. Lo ringraziai di cuore con il pensiero, chiudendo gli occhi.

Non ricordavo con precisione quanto fosse ampia l'apertura, poteva benissimo darsi che non fossi stata in grado di passarvi attraverso.


Questa considerazione mi diede la forza di continuare a tentare. Mi inginocchiai e iniziai a tastare la corda che legava le mie gambe alla ricerca del nodo. Lo trovai. Dio, ti ringrazio, ti ringrazio! Il nodo era sulla parte posteriore delle caviglie. Se fosse stato davanti sarebbe stato un ennesimo guaio. Invece per puro caso era dietro! Cercai di convincermi che l'avessi annodata dietro di proposito, proprio per poterlo raggiungere più facilmente in caso di emergenza. Ma onestamente non ricordavo di averci pensato. Era stato un caso.

Lavorai con impegno muovendo scomodamente le dita, e dopo diversi minuti di sforzi ed una nuova sudata, finalmente il nodo cedette, dando sollievo alla mia anima e alle mie povere caviglie.
Mi alzai in piedi.

Le gambe mi tremavano per il nervosismo e la paura.

Mi rassicurava alla lontana pensare che almeno non avrei finito i miei giorni in quella cantina, disidratandomi con il passare delle ore: se entro qualche ora non fossi stata in grado di venirne fuori avrei chiamato aiuto: questo avrebbe significato dare delle spiegazioni talmente imbarazzanti da non riuscire neppure a concepirle, ma era pur sempre meglio dover dare spiegazioni, piuttosto che morire di sete nella propria cantina.

Maledizione a me, alla mia perversione, e accidenti al self! Maledetto lo sconosciuto che aveva messo sul suo sito quelle istruzioni per realizzare il nodo manetta! Guarda in che razza di situazione mi trovo, diosanto! Appena esco di qui ti scrivo una bella e-mail piena di insulti, dannato maniaco!


Uscii dal bugigattolo muovendomi finalmente con dei passi veri e propri, e mi misi a tastare con le mani il piano del tavolo dove avevo lasciato il cutter, senza troppa speranza. Ovviamente non lo trovai: poteva anche essere che Francesco lo avesse riposto distrattamente da qualche altra parte, ignaro del guaio nel quale mi aveva cacciato.

Forse trascorsi una decina di minuti a toccare con le mani il tavolo, sperando di posare il palmo sul taglierino, caparbiamente. Alla fine rinunciai.


Se volevo liberami da quella corda dovevo trovare un'altra soluzione. Se invece che restare chiusa in quello stupido stanzino mi fosse capitato di trovarmi nel locale dove il padrone di casa teneva alcuni attrezzi da lavoro, avrei potuto cercare qualcosa per tagliare le corde. La sfortuna mi perseguitava, ma non recriminavo contro di essa: me la prendevo solo con la mia stupidità. Me l'ero cercata, in fondo.

Mi venne in mente un'idea, sia pure pericolosa, ma era meglio di niente. Tornai nello stanzino stretto e lungo, cercando in quella selva di ombre di dare le spalle alla improvvisata rastrelliera per le bottiglie di vino. Ce ne doveva essere qualcuna di bottiglia, e mi misi a palpare i ripiani freneticamente.

Le mie mani toccarono legno polveroso per una infinità di volte e stavo cominciando a temere che potessi ricordare male, che le bottiglie non erano mai state lì. Ma stavolta non era come per il cutter. Stavolta sapevo che c'erano, maledizione! Dovevano esserci!


E finalmente ne toccai una, fortunatamente piena.


Fai attenzione in nome di Dio, fai attenzione! Mi girai, in modo da dare le spalle alla porta, e lasciai cadere la bottiglia per terra facendo contemporaneamente un passo avanti, per sicurezza. La bottiglia si schiantò in una esplosione di vino, vetro ed odore cattivo. Restai con il fiato sospeso, aspettando di udire voci al piano di sopra. L'avevano sentito i miei amici quel rumore? Dopo qualche secondo giudicai di no.


Avevo i polpacci grondanti di liquido fresco e denso che gocciolava giù infilandosi nelle scarpette da tennis e facendomi un solletico fastidioso, come di mosche. Mi appoggiai al muro con una spalla, per tenere meglio l'equilibrio, e mi misi a cercare cautamente con il piede un pezzo di vetro adatto. Quando ne trovai uno che giudicai (per quel che potevo attraverso la suola della scarpa) della dimensione adeguata, lo isolai con un calcetto dal resto del gruppo. Lo colpii e lo spinsi con la scarpa finché non mi parve fuori dalla pozza fangosa di vino misto a polvere sul pavimento. Mi accovacciai e lo presi fra le mani delicatamente.


Il resto dell'operazione fu lenta ed angosciante. In certi momenti mi ritrovai a disperare di riuscire a tagliare quella corda con il coccio di vetro. Muovere le mani dietro la schiena non era facile, sentivo i polsi ardermi tutt'intorno, dove la corda aveva sfregato la pelle a causa dei miei sforzi. Ma non avevo altra scelta, e continuai a segare la fune con il coccio di vetro viscido. Ad un certo punto mi sedetti sulla sedia che aveva preso parte ai miei giochi, in una mia vita precedente.

Quando mi stancavo facevo riposare le dita, a volte passavo il coccio nell'altra mano, poi riprendevo cercando di tagliare in corrispondenza della fenditura già aperta. Le dita mi dolevano in modo intollerabile, sarebbe bastato un gesto sbagliato e il coccio mi sarebbe caduto di mano, per non parlare del rischio di tagliarmi.

Una o due eternità dopo, con me ormai in un bagno di sudore, la corda si tranciò. Semplicemente, senza squilli di tromba o fuochi artificiali la fune cedette spezzandosi, ed io ebbi finalmente le braccia libere. Sciolsi freneticamente il nodo, sbarazzandomi del tutto da quella odiosa manetta in canapa. I polsi mi facevano male, ma soprattutto avevo dolore alle dita con le quali avevo tenuto in mano il coccio di vetro.


Fase numero due: senza perdere tempo avvicinai la sedia alla parete di fondo, dove ricordavo ci fosse la finestrella. Montai sulla sedia, alzandomi lentamente, per paura di battere il capo sul basso soffitto che non vedevo.


La finestrella c'era, grazie a Dio! Ricordavo bene. Era proprio lì davanti a me, e sembrava anche abbastanza grande da permettermi di sgusciare fuori. Il telaio era vecchio e deformato, ma la finestra si aprii verso l'interno e verso il basso. Fui raggiunta da una ventata di fresco che diede un sollievo infinito al mio volto arroventato.
Non mi pareva di udire rumori in giardino, sentivo solo frinire dei grilli ignari.


Mi ricordai di essere in mutande, e tornai giù. Trovai i miei pantaloncini, avrei pensato dopo a far sparire le tracce della mia attività segreta. Questo mi fece ricordare che fra l'altro avevo ancora il bavaglio in bocca: l'avevo tenuto addosso così tanto tempo che ormai non ci facevo più caso. Me lo tolsi in gesti rabbiosi, scagliando nel buio il nastro appallottolato.

Appena mi fui vestita, salì di nuovo sulla sedia, stavolta percependo più chiaramente le ragnatele che si stavano impastando ai miei capelli. Con braccia esauste e quasi prive di forza mi issai.

Mi si incastrò un po' il culo mentre uscivo, ma dopo diversi sforzi mi ritrovai fuori, sia pure al prezzo di una scarpetta. Irrazionalmente mi tolsi anche l'altra, e la buttai nella cantina al seguito della prima.


Ero libera! Ero finalmente di nuovo libera: stentavo a credere d'aver avuto così tanta fortuna. Adesso le spiegazioni che avrei dovuto dare sarebbero state molte di meno, se fossi stata scoperta. Speravo di non essere costretta comunque a darle, poiché avevo di certo camicia e jeans sporchi, puzzavo di vino marcio, e avevo sicuramente i segni del bavaglio sul volto, e quelli delle corde su polsi e caviglie.


Mi sedetti contro il muro, accanto alla finestra per riprendere fiato. Dopo l'oscurità della cantina, il buio della notte all'aperto pareva quasi luce diurna. Vedevo distintamente il vecchio dondolo sfondato che Patrizio tentava ogni tanto di riparare, ma che cedeva invariabilmente ogni volta sotto il suo peso. Vedevo l'insulsa statuina, imitazione scadente in gesso della Venere di Milo al centro della fontanella essiccata. Vedevo il tavolino da picnic circondato dalle sedie di plastica bianca, sul quale solo la sera prima avevamo consumato una cena. Il muro di cinta che ci proteggeva dall'esterno era un muro di notte nera, ma si distingueva con chiarezza la vecchia apertura, ora murata. Il resto era silenzio, e frinire di grilli. Dio ti ringrazio, pensavo. Ti ringrazio, Dio.


Mi alzai e salii cautamente le poche scale per raggiungere il piccolo terrazzo immediatamente fuori dalla cucina. Le mie ore di sfortuna erano terminate, la cucina era deserta, e la porta era aperta. Se fosse stata chiusa sarebbe stato un guaio, non avevo con me le chiavi. Aprii la zanzariera e mi introdussi in casa camminando in punta di piedi nudi.


I miei amici erano al piano di sopra, li sentivo chiacchierare. Mi chiedevo se avessero già provato a bussare alla porta della mia camera senza ottenere risposta, o se per caso, magari Virginia avesse provato addirittura ad entrare scoprendo che non ero nel mio letto, dove si sarebbe dovuto supporre che fossi dal momento che non avevo reagito minimamente all'assenza di corrente.

Mentre salivo le scale silenziosa come un ombra, camminando a stento al buio, cercavo di elaborare una qualche giustificazione. Fu in quel momento che Patrizio uscii dalla stanza di Virginia dove erano riuniti tutti e tre.
- Buio o no io ho fame, e vado a mangiare! Se volete… - poi mi vide sulle scale e trasalii per la sorpresa - Oh, cazzo! - esclamò. - Cristo, Silvia, sei tu! Mi hai fatto prendere un colpo!
- E' andata via la luce? - chiesi io stupidamente, per guadagnare tempo. Mi sorpresi della naturalezza della mia voce.
- No, stiamo risparmiando sulle bollette. - gridò Francesco da dentro la camera di Virginia. Il solito spiritoso, ma me la meritavo una risposta stupida. Patrizio iniziò a scendere le scale venendomi incontro. Se la luce fosse tornata in quel momento sarebbe stato evidente quale era lo stato pietoso nel quale versavano i miei abiti e tutto il mio corpo. Sarebbero stati visibili anche i segni rossi sulla pelle.


- Gesù, cosa è quest'odore? - chiese Patrizio. Si riferiva al vino che mi aveva bagnato le gambe ed i piedi. - Hai fatto il bagno nell'aceto? - mi domandò. Il cuore tornò a rullarmi nel petto, ma io risposi con calma, sorridendo, pur senza guardarlo in faccia:- Certo, per la cellulite, so che non ti piace molto. - mentre parlavo continuavo a salire le scale, fino a dare le spalle e Patrizio.
- Ah, grazie - mi rispose lui. - Apprezzo, ma la prossima volta che vuoi farti bella per me magari prima chiedimi se preferisco la cellulite o l'odore di aceto. Ma da dove stai ven…?
- Non mancherò! - lo interruppi:- Ora scusami, ma visto che non ti piace, vado a levarmi di dosso questa puzza! - E mi infilai nella mia stanza, chiudendomi dentro.

Ridendo e scherzando avevo più o meno eluso le domande, non gli avevo dato il tempo di chiedermi dove mi fossi cacciata, e da dove stessi venendo. Per il momento l'avevo fatta franca.


Mi appoggiai alla porta con la schiena, poi le gambe non mi ressero più e mi lasciai scivolare verso il basso fino a sedermi per terra. Di fronte a me c'era l'orologio della Pantera Rosa con le lancette fosforescenti. Erano passate da poco le nove e mezza. Ero entrata nella cantina verso le sei e un quarto di quel pomeriggio.


Ero sicura che avrei pianto, per lo shock subito poco prima, per lo spavento, per la stanchezza; ma soprattutto avrei pianto per il sollievo di essere tornata viva e vegeta nella mia stanza, senza che il mio segreto fosse stato scoperto, senza subire l'insopportabile umiliazione di farmi liberare da Patrizio o Francesco, come avevo temuto. Promisi a me stessa che con il self bondage avrei chiuso. Per sempre.

* * *

La luce tornò quasi con indifferenza alle 22.15 in una esplosione candida di neon. Dopo essermi cambiata mi ero distesa sul letto, entrando nel dormiveglia. Quello che avevo appena passato era nulla se messo a confronto con l'orrore di tutti i "se" che da quel momento iniziarono a fiorirmi in testa:


"E se mi fossi lasciata prendere dal panico e avessi dato in escandescenze perdendo l'equilibrio, cadendo e ferendomi?"
"E se la finestra fosse stata troppo stretta per passarci?"
"E se i ragazzi si fossero riuniti in cucina invece che in camera di Virginia?"
"E se Francesco non avesse trovato le candele un attimo prima che Patrizio spingesse la porta dietro la quale ero accucciata ancora in vincoli?"
"E se non fossi riuscita a tagliare le corde con il coccio di vetro?".

Avevo sentito parlare di una raffinata tecnica di tortura: consisteva nel legare la vittima ad una sedia, e lasciarle gocciolare dell'acqua sulla sommità del cranio. Potrebbe sembrare una cosa da poco, ma si dice che in realtà questo supplizio sia in grado di condurre alla follia, dopo qualche ora. Quei "se" mi davano una idea piuttosto precisa di ciò che il condannato provava in quel momento. Anche io temevo che l'angoscia che mi procuravano avrebbe potuto farmi perdere la ragione.


Mi ripetei più volte che era andato tutto bene, il Cielo aveva voluto che me la cavassi, che forse era stata una sonora lezione che almeno avevo imparato. Mi imposi di non pormi più domande che iniziavano con "e se", ma era come combattere contro il vento.


Quella sera non cenai, ben sapendo che la compagnia dei miei amici mi avrebbe aiutato a non pensare, ma senza trovare il coraggio di affrontarli, temendo qualche loro domanda. Mi feci una doccia bollente e mi infilai nel letto benedicendo la confortante serenità delle lenzuola fresche.


Non riuscii a prendere sonno: oltre alla selva di "se" c'era il pensiero fisso della cantina, ridotta ad un mosaico di indizi. C'era una pozzanghera di vino e vetri, c'erano spezzoni di corda tranciata malamente, c'era la pallottolina di nastro adesivo argentato, e infine, come una dichiarazione di colpevolezza, c'erano le mie scarpette da tennis zuppe di vino. Attesi che tutti andassero a dormire, poi lottando contro la paura di scendere durante la notte da sola giù nella cantina (una paura irrazionale, infantile, che persisteva nonostante avessi da poco provato paure ben più concrete, laggiù), mi avviai. Adesso che la luce c'era, era tutto diverso.


Spesso mi sono chiesta se il mio timore d'essere scoperta in base a pochi indizi avesse un fondamento, o non fosse più semplicemente il frutto di una paranoia indotta dalla mia ipersensibilità per certi segnali (segni vaghi sulla pelle, foulard un po' troppo spiegazzati, e io che mi facevo più attenta durante certe scene nei film). Poteva benissimo darsi che una persona senza il bondage fisso in testa, a certi particolari neppure badasse, o che comunque fosse sprovvisto della giusta chiave di lettura.


Ma se uno avesse messo piede in quel corridoio stretto e lungo, non avrebbe avuto alcun dubbio.

Quella stanza era stata il teatro di una evasione.


Le orme dei saltelli a piedi uniti erano stampate con chiarezza nella polvere. Al di qua della pozza di vino rosso (me ne accorgevo solo ora che era rosso), c'era il bianco serpentello della corda con la quale mi ero legata le caviglie. Poi c'era il nastro adesivo accartocciato accanto alla parete; poco più in là c'erano diversi frammenti di corda, i residui tranciati del mio nodo a manetta (più o meno si capiva quale era stata la sua forma originaria, nonostante i tagli); c'erano le due calze che avevo adoperato come bavaglio, una delle quali ormai a forma di piccola palla incrostata di saliva rappresa. Ero sicura che guardandola da vicino avrei visto anche i segni dei denti.


E c'era la sedia appoggiata alla parete di fondo, con le mie scarpette da tennis entrambe rovesciate per terra. Non c'era possibilità di dubbio: in quella stanza c'era stata una donna legata e imbavagliata che era riuscita a liberarsi e scappare: era chiaro come risulta chiara la frattura di un osso in una lastra ai raggi X.

Richiusi la finestra, poi raccolsi tutti i resti della mia avventura. Al vino ci avrei pensato il giorno dopo, mi limitai a spostare il coccio che mi aveva salvata in mezzo agli altri. Lo posai quasi con gratitudine. Provai a cancellare le impronte nella polvere, poi me ne tornai in camera mia, ben sapendo che sarei stata sottoposta fino alle prime luci dell'alba ad un'altra seduta di quella raffinata tecnica di tortura che erano le domande che iniziavano con "e se...".

* * *

In realtà, malgrado la promessa che feci a me stessa, feci molte altre esperienze di self bondage, ma non utilizzai mai più il nodo manetta, e non pensai mai più di comprarmi un paio di manette vere. Da quel giorno predisposi sempre almeno due vie di fuga, allacciai sempre il nodo delle caviglie sul lato posteriore delle gambe e mi limitai ad adoperare solo ed esclusivamente la mia camera.

Dopo che il pericolo fu definitivamente scongiurato tutta quella brutta avventura divenne solo uno dei tanti ricordi: non di rado, in preda ad eccitazioni forti, tornavo con il pensiero a me stessa legata e imbavagliata, accucciata contro la porta: in fondo era stata la prima volta che in vita mia avevo assaporato gli effetti della prigionia fino in fondo, compresi gli aspetti più sgradevoli. Ed era finito tutto bene, per fortuna. Imparai con il tempo a girare a mio vantaggio i numerosi "e se...", aggiungendo di proposito dei dettagli inventati, come ad esempio una benda, o una corda che mi avrebbe impedito persino di alzarmi dalla sedia. Tanto niente al mondo mi avrebbe mai più spinta a comportarmi come quella volta, correndo rischi così stupidi. Avevo imparato la lezione.

* * *

Tre giorni dopo Francesco venne da me mentre studiavo.


- Questo è tuo, vero? - mi chiese porgendomi qualcosa. Guardai impietrita il mio cutter giallo quasi che Francesco me lo stesse puntando contro minacciosamente: "adesso ci divertiamo, bambola!"


- L'ho trovato in cantina qualche giorno fa. Chissà come c'è finito. Tieni.
Presi il cutter e ringraziai Francesco con un filo di voce. Chissà come trovai la forza di ripetere la sua domanda:
- Già… chissà come c'è finito. - se Francesco si accorse che ero impallidita, non lo diede a vedere.

FINE


 

Giugno 2001


 

 

Altre note. Adesso che il racconto è terminato e non c'è più il rischio di rovinarvi la lettura, facciamo insieme alcune considerazioni. Io ho voluto costruire un racconto "a lieto fine", e la ragazza riesce a cavarsela a buon mercato, tutto sommato.

Si tratta di una storia di fantasia, e nessuno correva il rischio di farsi male. Ma concorderete con me nel pensare che cercare di tagliare la corda adoperando i cocci di una bottiglia di vetro sia una cosa estremamente pericolosa: non dovete mai permettere che la situazione vi sfugga di mano al punto da dover ricorrere a mezzi di fortuna. Silvia lo fa, ma la sua era una situazione limite che ho voluto immaginare proprio per dare significato al racconto.

Lei si è messa nei guai per eccesso di sventatezza! Perché era troppo eccitata dall'idea per porsi problemi!

Predisponete sempre più di una via di fuga, e se proprio vogliamo essere pignoli, non adoperate mai una benda quando fate self. Silvia si era affidata al solo cutter, lasciandolo fra l'altro fuori portata. Grave errore: potete giocare a cercare di raggiungere il coltello (ovviamente chiuso), ma non cercate di raggiungerlo saltellando con le caviglie legate. Fatelo piuttosto strisciando e contorcendovi a terra, anche a rischio di sporcarvi i vestiti (ammesso che ne indossiate :-).

Sarà ugualmente divertente, ma infinitamente più sicuro.
La mia speranza è che tutti voi, gentili lettori, possiate fare tesoro dell'esperienza di Silvia come se fosse vostra, e che vi sia sufficiente la sua lezione per giungere alle conclusioni alle quali anche lei giunge alla fine.

 

 



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